(italiatv) Mentre qui, sulle rive nord del Mediterraneo è in pieno corso la vendemmia 2025, sulle rive sud sarà un’altra vendemmia di guerra. Dei vini provenienti dalle zone di scontri, “l’annata” principalmente racconta di morte e distruzione più che di ricerca di qualità enologica. E’ un fatto.
Se la narrazione ha il suo bel peso nell’esperienza enologica, e beh allora tant’è. L’occasione però è utile per fare un focus su un tipo di produzione enologica con precise caratteristiche, quella israeliana (moderna, perchè la cosa sarebbe lunga assai).
Parlare di viticoltura in Israele significa tornare dover tornare indietro di 5 millenni. Si pensi al racconto di Noè che pianta una vigna dopo il Diluvio… Si concorda comunque che la viticoltura moderna israeliana rinasca ufficialmente nel 1882, grazie al barone Edmond de Rothschild, proprietario del celebre Château Lafite a Bordeaux. Fu lui a fondare la Carmel Winery con vitigni francesi, ponendo le basi del presente. Ma la vera rivoluzione qualitativa è avvenuta molto più di recente, a partire dagli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, con la nascita di numerose cantine “boutique” che hanno puntato sull’eccellenza, ricercando l’espressione del terroir.
Focalizziamo l’attenzione sulla produzione vinicola “kosher”. Per essere definito kosher, un vino deve rispettare una serie di rigide regole (la kasherut) derivate dalla legge ebraica. Queste normative, nei fatti non diverse dai nostri Disciplinari di Produzione (come il Chianti Classico, il Brunello di Montalcino…) e nate in antichità per evitare che il vino fosse consacrato a idoli pagani, oggi garantiscono un prodotto che rispetta i precetti religiosi ebraici. L’intero processo di produzione, dalla pigiatura dell’uva all’imbottigliamento, deve essere supervisionato e maneggiato esclusivamente da ebrei osservanti. Le regole non si fermano alla manodopera. Le vigne devono avere almeno quattro anni di età e ogni sette anni i campi dovrebbero essere lasciati a riposo. Tutti i lieviti e gli agenti chiarificanti utilizzati devono essere certificati kosher.
Ma quali sono questi terroir, queste zone di produzione vocate?
Nonostante le sue dimensioni ridotte, Israele vanta una sorprendente diversità di microclimi e suoli, che ha permesso di identificare diverse zone vinicole di pregio. Dal sito di Assovini, citiamo:
- Galilea e Alture del Golan: considerata la regione di più alta qualità, grazie alle altitudini elevate (fino a 1.200 metri), ai suoli vulcanici e alle notevoli escursioni termiche tra giorno e notte. Qui si coltivano con successo vitigni internazionali come Cabernet Sauvignon, Merlot, Syrah e Chardonnay.
- Samaria: situata a sud di Haifa, è una delle regioni vinicole più estese e storiche, dove il barone de Rothschild iniziò la sua avventura. Il clima è tipicamente mediterraneo.
- Giudea: l’area che circonda Gerusalemme, caratterizzata da mattine fresche e suoli calcarei. Sta vivendo una fase di grande rinnovamento qualitativo, con molte cantine artigianali di successo.
- Negev: incredibilmente, anche il deserto del Negev è diventato una frontiera della viticoltura israeliana. Grazie all’irrigazione a goccia, una tecnologia sviluppata proprio in Israele, si riescono a coltivare uve di qualità in condizioni estreme, producendo vini unici.
(Fonte: https://www.assovini.it/mondo/asia/israele)
Le aziende. Detto del “disciplinare kosher” e individuate le zone di produzione e i vitigni principali, completiamo questa incursione nella viticultura israeliana menzionando alcuni produttori, partendo da una delle favorite di Robert Parker, ma con le note del Gambero Rosso, Decanter e Vino.com.
Domaine du Castel: probabilmente la cantina più celebre delle Colline della Giudea. Fondata da Eli Ben Zaken, di origini italiane, è stata una delle prime a dimostrare il potenziale dei “Bordeaux blend” in Israele. Il suo vino di punta, il Grand Vin, è un classico da collezione, molto apprezzato dalla critica internazionale.
Golan Heights Winery: questa è la cantina che ha dato il via alla rivoluzione del vino di qualità in Israele nel 1983. Con le sue diverse etichette, in particolare la linea di prestigio Yarden, ha costantemente prodotto vini di altissimo livello. Lo Yarden Cabernet Sauvignon è un’icona, e il loro spumante metodo classico Yarden Blanc de Blancs è considerato tra i migliori fuori dalla Champagne. I loro vini vincono regolarmente medaglie d’oro e platino in concorsi come i Decanter World Wine Awards.
Clos de Gat: un’altra perla delle Colline della Giudea, situata su una collina con un gat (un antico torchio per il vino) di 3000 anni. Fondata da Eyal Rotem, produce vini di grande eleganza e complessità, spesso paragonati a quelli della Valle del Rodano. Il suo Har’el Syrah e lo Chardonnay sono particolarmente acclamati.
Tzora Vineyards: famosa per il suo approccio basato sul terroir, questa cantina nelle Colline della Giudea è stata una delle prime a vinificare separatamente le uve provenienti da singole vigne. Il loro vino di punta, Misty Hills, è un blend di Cabernet Sauvignon e Syrah molto ricercato.
Ancora a stamattina, giorno dell’entrata in Gaza da parte delle truppe israeliane di terra, reperire notizie precise e bollettini ufficiali sulla vendemmia in corso in Israele e nei territori palestinesi è un’impresa che dire ardua è poco. A differenza degli anni passati, quando le associazioni di settore fornivano previsioni dettagliate, la situazione attuale è dominata dal silenzio e dall’incertezza. Molti lavoratori agricoli e riservisti sono stati richiamati nell’esercito, causando una grave carenza di manodopera in un momento cruciale per la viticoltura.

(Fonte grafico: FAO/OWID)