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ITALIA TV. Vino in brick: prospettive e limiti

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ITALIA TV. Vino in brick: prospettive e limiti

(italiatv) Formati alternativi al vetro, declassamenti, distillazione di crisi…, il tema del vino invenduto, fermo in cantina ad occupare spazio e risorse, è sempre al centro di questa annata 2026. E’ pacifico che la differenza fra le tipologie è enorme e non si può fare il proverbiale fascio; questo vale per il peso della giacenza così come per tutte le alternative al vetro. Tra le più note, da quarant’anni, c’è il vino in brick.
Il brick è un contenitore poliaccoppiato asettico, storicamente associato al brevetto “Tetra Pak”, composto da strati alternati di carta (per il sostegno strutturale), polietilene (per l’impermeabilizzazione) e alluminio (per la schermatura totale da luce e ossigeno). Sotto il profilo enologico, anche questo formato è strutturalmente riservato a specifiche fasce di mercato: vini generici da tavola e Indicazioni Geografiche Tipiche (IGT/IGP) destinati al consumo quotidiano. L’imbottigliamento in brick è invece precluso alla quasi totalità dei vini a Denominazione d’Origine Protetta (DOC e DOCG) e ai vini spumanti, i cui disciplinari impongono l’impiego esclusivo del vetro.

I favorevoli.
I promotori del formato evidenziano l’elevatissima efficienza logistica e l’impatto ecologico ridotto, elementi consolidati da oltre quarant’anni di presenza sul mercato dal lancio del marchio Tavernello nel 1983. Il packaging finito incide per appena il 3% sul peso totale del prodotto e garantisce una riduzione dell’81% delle emissioni di CO2 rispetto a una bottiglia di vetro standard da 385 grammi. Per mitigare i pregiudizi qualitativi, i grandi gruppi industriali stanno investendo in trasparenza e sostenibilità dei materiali. Nel 2022, il Gruppo Caviro ha introdotto l’indicazione dell’anno di vendemmia sui propri brick, mentre le certificazioni FSC per il cartone e l’impiego di tappi in plastica vegetale (plant-based) derivata da canna da zucchero certificata Bonsucro hanno rafforzato il posizionamento ecologico del prodotto.
Sotto il profilo commerciale, i dati IRI Infoscan confermano la resilienza economica del comparto nella grande distribuzione: a fronte di una contrazione generale dei volumi, il segmento ha registrato una crescita in valore del 4,8%, trainata da un incremento del prezzo medio del 14%. Parallelamente, colossi cooperativi come Terre Cevico, forte di una capacità produttiva di 60 milioni di brick annui, principalmente a marchio Sancrispino, registrano una transizione dei consumi verso formati frazionati multipack da 250 ml, più idonei ai nuovi modelli demografici rispetto al tradizionale formato da litro.

I contrari.
Sul fronte opposto, il principale ostacolo rimane di natura culturale e percettiva. Identificato fin dagli anni Ottanta come il contenitore del vino economico di massa, il brick soffre di una radicata associazione a produzioni di scarso pregio. Questa svalutazione persiste nonostante analisi sensoriali comparative, come il test alla cieca condotto su tredici etichette in cartone dal progetto “Sensi in Movimento”, dimostrino una qualità organolettica spesso superiore alle aspettative del consumatore medio.
I consorzi di tutela mantengono una posizione di netta chiusura, escludendo il formato per preservare il valore reputazionale delle DOP ed evitare la banalizzazione del prodotto sugli scaffali dei discount. A queste riserve si aggiungono vincoli tecnici strutturali. Altroconsumo evidenzia che il vino in brick, una volta aperto, richiede l’immediata conservazione in frigorifero e presenta una stabilità chimica ridotta nel tempo, rendendolo del tutto inadatto all’affinamento.
Infine, la performance di mercato non è priva di criticità: la contrazione dell’8,1% in volume registrata da IRI Infoscan, evidenzia che il consumatore italiano non accetta il packaging alternativo in modo omogeneo, relegando il brick a un ruolo difensivo nel mercato domestico.

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