(italiatv) Viene percepita come “una busta di vino” e il cartone che la contiene, dotato di rubinetto in plastica, non aiuta. Ma per certi versi è un peccato, perchè anche questa, per specifiche situazioni, è un’alternativa meno impattante e costosa del vetro. Definizione: “Il bag-in-box (BiB) è un sistema di confezionamento costituito da una sacca morbida in materiale polimerico, isolata da un involucro esterno in cartone e dotata di una valvola erogatrice (spesso denominata rubinetto o vitop) che impedisce l’ingresso dell’ossigeno”.
Analogamente a quanto accade per l’alluminio, l’impiego di questo formato resta circoscritto a specifiche tipologie enologiche: vini giovani, bianchi, rosati e rossi concepiti per un consumo a breve termine. I vini a denominazione DOC e DOCG più tradizionali ne rimangono, salvo rare deroghe, strutturalmente esclusi dai rispettivi disciplinari.
I favorevoli. I promotori del formato sottolineano tre driver principali: l’efficienza economica, la sostenibilità ambientale e il progressivo superamento dei pregiudizi qualitativi. Negli Stati Uniti si registra un deciso cambio di paradigma, con cantine prestigiose come Tablas Creek che adottano il BiB per linee premium, valorizzandone la drastica riduzione dell’impronta carbonica, riportando un abbattimento del 90% sui costi di packaging, garantendo al consumatore un risparmio finale del 50% a parità di qualità enologica.
Sotto il profilo dei volumi, i dati FranceAgriMer confermano che in Francia il formato copre ormai il 44% delle vendite di vino fermo (Bilan des ventes et achats de vins tranquilles Bilancio delle vendite e degli acquisti di vini fermi – n.d.r.).
Anche in Italia emergono modelli innovativi: su scala industriale, Schenk Italia ha lanciato qualche anno fa un Primitivo biologico “Zero Emissioni” per testare l’accettazione qualitativa, mentre su scala artigianale startup come Sfusobuono aggregano decine di cantine indipendenti, promuovendo reti orientate all’etica produttiva.
I contrari. Nonostante le nicchie di espansione, le resistenze istituzionali rimangono radicate, specialmente sul mercato italiano. Qui, il cartone sconta una storica associazione ai prodotti di fascia bassa e alle politiche di prezzo tipiche della grande distribuzione. Il formato costituisce ancora un tabù per i grandi consorzi di tutela nazionali, i quali temono che un’eccessiva democratizzazione possa tradursi in una svalutazione d’immagine per le denominazioni d’origine. A livello macroeconomico, la spinta al rialzo non è uniforme. I dati OIV relativi al 2024 certificano su scala globale una contrazione del formato pari al 4,8% in valore e al 5% in volume, relegando il BiB a una quota marginale dell’1,9% sul totale del commercio internazionale.
A queste dinamiche si sommano vincoli tecnici ineludibili. Sebbene la valvola preservi il liquido dall’ossidazione per 4-6 settimane dopo l’apertura del sigillo, la shelf-life (vita di scaffale) complessiva del contenitore integro è nettamente inferiore a quella del vetro, unita all’impossibilità di riutilizzare la sacca interna. Tali caratteristiche confermano la strutturale incompatibilità del bag-in-box con la micro-ossigenazione e l’affinamento prolungato, vincolandone l’impiego esclusivamente al segmento del consumo immediato.


Vino in scatola: prospettive e limiti bag-in-box una busta di vino
Vino in scatola: prospettive e limiti bag-in-box una busta di vino