(italiatv) La crisi del lusso nella moda nasce da un equivoco di fondo: il consumatore non compra più l’artigianato, ma lo status. Quando l’esclusività si riduce a un logo identificabile da chiunque, lo status perde inevitabilmente il suo valore. Se per anni l’ostentazione ha trainato i ricavi dei colossi della moda, oggi quel meccanismo si è inceppato. E poi, chi è che fa ancora finta di non sapere che grande parte della produzione di cosiddetta “alta gamma” è cucita in capannoni da schiavi clandestini alle porte delle nostre città?
I dati finanziari confermano che il rallentamento di colossi come LVMH non è una fluttuazione passeggera, ma un cambio di paradigma strutturale. Accende il riflettore sul tema Gianluigi Ballarani nei suoi social: “…siamo di fronte alla fine del lusso urlato in favore di dinamiche più discrete e prive di loghi evidenti”. Il consumatore ad alto budget sta de-materializzando la propria spesa, preferendo il benessere e le esperienze personali all’ostentazione dell’accessorio firmato.
A supporto di questa tesi intervengono i dati dei report più accreditati del settore. Lo studio di McKinsey & Company e Business of Fashion, pubblicato a inizio 2025, rivela che ben l’80% della crescita recente del comparto è stata guidata artificialmente dall’aumento dei listini, e non da un reale incremento dei volumi di vendita. Questa rincorsa a produzioni industriali di massa ha inevitabilmente indebolito la percezione di artigianalità ed esclusività.
La reazione del mercato è fotografata dal Worldwide Luxury Market Monitor di Bain & Company e Fondazione Altagamma di novembre 2025. Il report registra un’autentica emorragia di consumatori: la base globale di clienti attivi è crollata da 400 a 340 milioni in pochi anni. I continui aumenti di prezzo hanno allontanato la clientela intermedia aspirazionale, facendo scivolare la redditività operativa dei grandi marchi al 15-16%, livelli minimi che riportano il settore alla crisi del 2009.
Questo focus è sulla moda, ma il tema riguarda tutti i settori dove la massimizzazione del profitto si è spinta talmente oltre da vendere oggi sostanziali bugie. La dimensione etica del brand è sempre più essa stessa “lusso contemporaneo”.