(italiatv) Mai come in questo 26 dicembre la distanza tra la fede e il suo uso politico è apparsa incolmabile. Tre notizie, intrecciate in poche ore, disegnano la contraddizione del nostro tempo. Mentre a San Pietro il Papa, nel giorno di Santo Stefano, ricordava che “il cristiano non ha nemici ma fratelli” e che “chi crede nella pace disarmata è spesso ridicolizzato”, dagli Stati Uniti arrivava la mossa di Trump, che ha ordinato un “attacco letale” in Nigeria, giustificandolo come una necessaria difesa dei cristiani perseguitati dall’ISIS.
Il cortocircuito è evidente: il Presidente americano usa le bombe per “salvare” i fedeli di una religione che, per voce del suo Capo, predica proprio oggi il perdono dei nemici e il rifiuto delle armi, sull’esempio del primo martire, Santo Stefano.
A chiudere il cerchio dell’assurdo è l’ambizione di Trump al Nobel per la Pace. Il tycoon ambisce al premio planetario proprio mentre applica la logica della guerra, trasformando la “difesa della cristianità” in uno strumento di potenza che ignora l’essenza stessa del messaggio cristiano. Se la pace del Papa è “disarmata e derisa”, quella cercata da Trump è armata e premiata. Un ossimoro che insanguina il Natale.
Ora però il paradosso di Santo Stefano invita a tornare ancora sulla madre di tutte le questioni quando si parla di pace e pacificazione: a volte (a dire il vero la Storia suggerisce che sia la maggiorparte delle volte) la pace si raggiunge dopo uno scontro, usando la forza e uccidendo. L’adagio di Berlinguer “se vuoi la pace prepara la pace” sfortunatamente risulta ideale, desiderabile, ma non efficace.
“Si vis pacem para bellum” resta, da millenni, “la” regola. Il gandhismo e la non violenza assoluta se applicato agli attuali scenari di crisi risulta impensabile, folle, o come ha detto il Papa oggi risibile. Ed ancora: bellissima la posizione ideale della non violenza assoluta, ma bisogna saperla sostenere conoscendo l’oceano di morti che costa (e parliamo di milioni di vittime in India).
E allora un rilancio provocatorio suona nella mia testa: ma quindi uno che muove la guerra, che attacca, che bombarda, che stermina, va considerato immeritevole o no? O dipende da chi/cosa bombarda e stermina? O è una questione di matematica nella quale una guerra diventa giusta in base ad un conteggio?