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ITALIA TV. Il tatuaggio di mio padre, i cyberpunk e l’antagonismo stilistico del “Code is Poetry”

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ITALIA TV. Il tatuaggio di mio padre, i cyberpunk e l’antagonismo stilistico del “Code is Poetry”

(italiatv) Si parla tanto di GenZ e delle altre “generazioni”, spesso senza conoscerne nemmeno i fondamentali condivisi. Chi scrive è una 2002, nativa digitale vera, pura. Smartphone prima del motorino, identità fluida, attenzione alla salute mentale, forte sensibilità sociale. Conto corrente online, consumo rapidissimo di contenuti, capacità di multitasking elevata. Disincanto e pragmatismo, il lavoro è essenziale ma è solo metà della vita. Questi sono solo “titoli” per una generazione, la mia; titoli per raccontare una “media” o meglio, i caratteri più comuni di questa generazione, soprattutto in ottica sociologica.
Ma mio padre ha da sempre un tatuaggio che solo nel tempo ho imparato a capire veramente. Ha tatuate quattro cifre sull’avambraccio: 1001. Mi ha sempre risposto: “Cyberpunk. Il codice è poesia”. (e io non ne ho capito il senso per una ventina d’anni). Cos’è 1001? Chi sono/erano i cyberpunk? Cos’è “Il codice è poesia”?
Dopo un’irruzione storica rilevo che quello che impropriamente può essere definito “movimento” del “Code is Poetry” è di fatto l’eredità del “Cyberpunk”. I cyberpunk raccontano mondi dominati da reti, algoritmi e mega Corporazioni, mentre gli individui restano marginali e vulnerabili: è la visione di William Gibson (“Neuromancer”, 1984). Il potere non sta negli Stati ma nei sistemi che controllano informazione e identità. È fantascienza solo in apparenza: in realtà è una lente critica sul presente, scritta quattro decenni fa però.

Il “popolo” di Code is Poetry condivide con il cyberpunk una visione del mondo sorprendentemente coerente. Innanzitutto l’idea che il codice sia potere: nelle narrazioni cyberpunk chi controlla il software controlla il mondo, e nella realtà contemporanea non è molto diverso, perché chi scrive algoritmi decide cosa vediamo, cosa compriamo e, in larga misura, cosa esiste nello spazio digitale. A questa consapevolezza si accompagna la percezione di vivere dentro un sistema strutturalmente truccato, dove hacker, outsider, freelance e smanettoni occupano una posizione mutante, sospesa, né pienamente dentro né davvero fuori, proprio come i protagonisti della letteratura cyberpunk. In questo contesto, l’estetica diventa una forma di resistenza: se non è possibile vincere sul piano economico o del potere, si gioca su quello simbolico. Un codice elegante, minimale, talvolta ironico, smette di essere una scelta puramente tecnica e si trasforma in un gesto politico silenzioso. Scrivere “bel codice” diventa così una forma di dignità, un modo per affermare la propria umanità in un mondo che tende a ridurre chi produce software a semplice forza produttiva.

“Code is Poetry” non è mai stato un manifesto ufficiale né un movimento strutturato, ma una sensibilità diffusa che ha attraversato il mondo della programmazione tra la fine degli anni Novanta e il primo decennio del Duemila; ecco perchè mio padre che è del 1968 ha quel tatuaggio.
L’idea di fondo era semplice e, per certi versi, sovversiva: il codice non è soltanto un mezzo tecnico per ottenere un risultato, ma una forma di espressione. Come la poesia, vive di regole ferree, sintassi rigorosa e vincoli stringenti, ma lascia spazio allo stile, alla scelta delle parole, al ritmo interno.
Scrivere codice “bello” è un valore, non un vezzo.

Fu WordPress che adottò “Code is Poetry” come slogan: una piattaforma di publishing, oggi la prima, che rivendicava il codice come parte integrante dell’atto creativo. In quel contesto, l’attenzione alla struttura, ai nomi delle variabili, alla pulizia delle soluzioni era quasi una dichiarazione di identità. Con il tempo, però, il contesto è cambiato. L’avvento dell’intelligenza artificiale capace di generare codice “sufficientemente funzionante” ha ridotto lo spazio per l’artigianato informatico; in breve, il codice non si contempla più.

Eppure “Code is Poetry” non è morto. Si è spostato ai margini, dove la cura conta ancora: nel creative coding, nella data visualization ben progettata, negli strumenti open source mantenuti con attenzione maniacale, perfino nel modo in cui si progettano sistemi di intelligenza artificiale o si scrivono prompt complessi. Oggi il motto non suona più come una provocazione romantica, ma come un monito: non tutto il codice deve essere poesia, ma quello che struttura le nostre piattaforme, governa i dati e media le relazioni forse dovrebbe esserlo.
In definitiva, “Code is Poetry” è stato – ed è ancora – un modo per ricordare che dietro ogni riga di codice c’è una scelta umana. E che anche nell’ingegneria più spinta, lo stile non è un lusso: è una forma di responsabilità culturale.