(italiatv) Da diverso tempo in rete è diventata virale una notizia o, per meglio dire, quella che sembra una notizia, ma che dopo diversi tentativi di appurarne la veridicità, non posso confermare essere vera. E allora di cosa stiamo parlando? Che quanto sto per descrivere sia vero o meno è paradossalmente poco importante, o meglio: è la riflessione e il dibattito ciò che conta. Vi parlerò ora di una maschera, che forse nemmeno esiste davvero, che non si può comprare e che… fonti davvero attendibili non trovano…: questa è la premessa. Non il dito ma la luna.
Immaginiamo di camminare per strada, a viso scoperto, completamente riconoscibili agli occhi umani, ma totalmente invisibili a quelli delle telecamere di sorveglianza. È il progetto Surveillance Exclusion di Jip van Leeuwenstein, designer olandese che durante gli studi alla Utrecht School of the Arts ha creato una maschera trasparente capace di bloccare il riconoscimento facciale delle intelligenze artificiali. O almeno questo è ciò che si dice.
Il meccanismo è geniale: la maschera funziona come una lente che deforma i tratti del volto, rendendoli illeggibili per gli algoritmi. I sistemi automatizzati non riescono a mappare i punti biometrici necessari per l’identificazione, ma la trasparenza del materiale permette alle persone di vedere espressioni e identità senza problemi. Puoi guardarti negli occhi con qualcuno, parlare, sorridere, “restare umano”, mentre per le macchine diventi un enigma irrisolvibile. La maschera non è mai stata commercializzata: è rimasta un progetto accademico, un manifesto politico più che un prodotto. E forse è proprio questo il punto.
Van Leeuwenstein, chiunque sia, non voleva vendere una soluzione, ma accendere un dibattito: il nostro volto non è un codice a barre da scansionare, archiviare e rivendere senza consenso.
In realtà non è certo il primo “tentativo di ribellione”: di invenzioni per proteggere il volto ce ne sono molte, ma per lo più sono accrocchi (sotto un esempio in foto). Ciò che vale la pena di provare è il cappuccio della felpa con i mini led a contorno della testa che “bruciano” l’immagine del volto facendo vedere tutto bianco o tutto nero a chi spia.
Segnalo questo bel lavoro dell’Università di Torino sul tema: https://iris.unito.it/retrieve/handle/2318/1784924/749727/2021%20Massimo%20LEONE%202021%20-%20Lexia%2037-38%20-%20Complete%20Volume.pdf
Ma riflettiamo su questo paradosso: telecamere ad alta risoluzione archiviano dati a più non posso, e questi dati non finiscono solo nei database della sicurezza pubblica: l’industria pubblicitaria paga profumatamente per accedere a queste informazioni in tempo reale, per seguirci ovunque andiamo, per creare messaggi personalizzati.
Potrebbe diventare un fenomeno di massa? Vedremo. Una generazione di cittadini che cerca attivamente modi per sottrarsi all’iper-sorveglianza? Possibile. Comunque: maschere anti-riconoscimento, abbigliamento con pattern che confondono gli algoritmi, trucchi e accessori progettati per ingannare le telecamere, non sono fantascienza, è “resistenza tecnologica”.
