(italiatv) Quando mia nonna mi chiede perché non penso ad un “posto fisso” come quello che sognava la sua generazione, so già che la conversazione finirà con lei che scuote la testa e io che mi sento un’aliena. E non è colpa sua, davvero. Dai suoi racconti negli anni so che siamo cresciute in mondi completamente diversi, con paure diverse, sogni diversi, e soprattutto con un futuro che ai suoi tempi sembrava doveva essere più… prevedibile.
Ho ventitré anni, appartengo ufficialmente alla Gen Z, anche se devo ammettere che a volte mi sento più vicina ai Millennial. Ma una cosa è certa: noi giovani europei siamo un mischione bellissimo di contraddizioni, e finalmente qualcuno ha iniziato a studiarci sul serio. L’ultimo report dell’Unione Europea sulla gioventù (https://youth.europa.eu/strategy_it) segue una serie di ricerche pubblicate negli ultimi anni che raccontano la nostra generazione: le conclusioni non sono proprio tutte rose e fiori.
Partiamo dalle basi: cosa ci rende diversi da chi è venuto prima di noi? I boomer, per dire, vedevano il lavoro come il centro della loro esistenza. Orario lungo? Nessun problema, basta che lo stipendio sia buono. Per loro la stabilità era tutto. Poi sono arrivati i Millennial, cresciuti nell’era della digitalizzazione, che hanno iniziato a chiedere qualcosa in più: sì alla carriera, ma anche alla realizzazione personale. E noi? Noi siamo quelli che hanno visto i loro fratelli maggiori Millennial fare la gavetta per anni e ritrovarsi comunque precari. Abbiamo assistito a crisi economiche su crisi economiche, e abbiamo imparato la lezione: la stabilità è una bellissima illusione.
Quindi cosa vogliamo davvero? Secondo le ricerche, l’86% di noi mette al primo posto l’equilibrio tra vita privata e lavoro. Non è che siamo pigri, come continuano a dire i boomer su Facebook. È che abbiamo capito che lavorare dodici ore al giorno per trent’anni non è garanzia di niente, e nel frattempo ci siamo persi la vita. Vogliamo flessibilità, orari che abbiano senso, la possibilità di lavorare da remoto. E sì, vogliamo anche essere pagati bene, ma il 49% di noi rifiuterebbe un lavoro ben pagato se l’azienda non dimostra impegno concreto per l’ambiente. Il 45% farebbe lo stesso se non c’è attenzione reale alla diversità e all’inclusione.
Perché, ed è qui che mia nonna proprio non ci arriva, per noi non basta più lavorare per un’azienda. Vogliamo crederci. Vogliamo svegliarci la mattina e non sentirci complici di qualcosa che sta distruggendo il pianeta o che discrimina le persone. Otto di noi su dieci pensano che il cambiamento climatico sia la priorità assoluta, e il 20% ha già cambiato lavoro per allinearsi ai propri valori. Non sono percentuali casuali, è proprio come viviamo.
E poi c’è il tema della tecnologia. I Millennial hanno visto nascere internet, noi ci siamo nati dentro. Per noi è naturale aspettarci che tutto sia digitale, veloce, immediato. Vogliamo risposte e verifiche costanti sul nostro lavoro, vogliamo sapere subito se stiamo andando bene o se dobbiamo migliorare qualcosa. Non per insicurezza, ma perché è così che funziona il mondo in cui siamo cresciuti: post, like, commenti, reazioni istantanee. Aspettare una “revisione annuale delle performance” ci sembra assurdo.
Ma non è tutto oro quello che luccica, anzi. Le stesse ricerche che ci raccontano come esseri attenti, consapevoli e pieni di valori, ci mostrano anche le nostre fragilità, che sono tante e profonde. Quasi la metà di noi giovani europei ha segnalato difficoltà emotive o psicologiche nell’ultimo anno. Il 21% degli studenti tra i 15 e i 19 anni usa psicofarmaci senza prescrizione medica, un record storico, soprattutto tra le ragazze. Il 47% di noi ha un uso problematico dei social media, e crescono fenomeni come quello degli hikikomori, ragazzi che si chiudono completamente in casa.
Sul lavoro le Ricerche dicono che cerchiamo autenticità, ma solo il 68% di noi si sente libero di esprimere davvero le proprie opinioni senza paura di essere giudicati. Il 69% ammette di nascondere aspetti della propria identità in ufficio. Vogliamo essere noi stessi, ma abbiamo paura di non essere abbastanza.
E poi c’è il futuro. Siamo pragmatici, forse più dei Millennial. Vogliamo stabilità economica, ma non al prezzo della nostra libertà. Vogliamo lavorare per aziende che hanno uno scopo, che fanno la differenza, ma vogliamo anche essere pagati abbastanza da poterci permettere un affitto, che in città come Roma o Milano è diventato un lusso. Vogliamo cambiare il mondo, ma ci rendiamo conto che prima dobbiamo sopravviverci.
Quindi sì, siamo complicati. Siamo la generazione che vuole tutto ma che ha imparato a non dare niente per scontato. Siamo quelli che sui social sembrano sempre felici ma che dentro hanno un’ansia costante. Siamo quelli che credono in un futuro migliore ma che hanno paura che non ci sia proprio un futuro. E forse è per questo che mia nonna non mi capisce. Perché ai suoi tempi il futuro era una certezza, per noi è un punto di domanda. Ma stiamo provando comunque a costruircelo, un passo alla volta, con i nostri valori, le nostre fragilità, e la convinzione ostinata che si possa fare meglio. Anche se nessuno, a parte noi, sembra davvero crederci.