(italiatv) Non è una malattia, non è pigrizia: l’hikikomori è qualcosa di più complesso, più sfumato, più difficile da inquadrare. È una parola giapponese che letteralmente significa “stare in disparte”, “ritirarsi”, e descrive una condizione che sta diventando sempre più comune anche da noi, in Italia, soprattutto tra i ragazzi della mia generazione. Quando sentiamo parlare di hikikomori, spesso pensiamo a quei ragazzi giapponesi chiusi nelle loro camerette per anni, che non escono mai e vivono solo attraverso uno schermo. In parte è così, ma la realtà è molto più articolata.
Gli hikikomori sono persone, principalmente adolescenti e giovani adulti, che decidono di ritirarsi dalla vita sociale, isolandosi nella propria abitazione o addirittura nella propria stanza, limitando al minimo i contatti con l’esterno. Secondo recenti dati, in Italia si stimano tra i 100mila e i 200mila (!) casi di ritiro sociale volontario. Sì, avete letto bene: centinaia di migliaia di ragazzi come noi che hanno deciso, più o meno consapevolmente, di chiudere fuori il mondo.
Ma perché qualcuno dovrebbe fare una scelta del genere? Le cause sono molteplici e intrecciate tra loro. Si tratta principalmente di ragazzi maschi che vivono l’isolamento come una scelta: si inizia con il rifiutare le uscite, lo sport, ma si arriva ad abbandonare la scuola. L’età più critica è tra la scuola secondaria di primo e quella di secondo grado, con un’età media di 15 anni (H-ita). Non parliamo di persone che stanno bene, assolutamente. L’associazione Hikikomori Italia spiega che alla base c’è un disagio adattivo sociale. Sul piano scolastico, il rifiuto della scuola rappresenta uno dei primi segnali di allarme: l’ambiente scolastico viene vissuto in modo particolarmente negativo. Ci sono poi i fattori familiari: l’assenza emotiva del padre e un eccessivo attaccamento con la madre sono indicate come possibili concause. E infine c’è il peso della società: gli hikikomori sviluppano una visione estremamente negativa della società e soffrono in modo acuto le pressioni legate alla realizzazione personale, dalle quali cercano di fuggire isolandosi dal mondo esterno.
I dati più recenti sul fenomeno in Italia fanno impressione. Secondo uno studio del Consiglio Nazionale delle Ricerche pubblicato su Nature nel gennaio 2025, il 10% degli adolescenti italiani tra i 14 e i 19 anni si trova in una condizione di estremo ritiro sociale. Un numero che è raddoppiato rispetto al 5% rilevato nel 2019. È come dire che in ogni classe c’è almeno un ragazzo o una ragazza a rischio. L’Istituto Superiore di Sanità ha identificato circa 66.000 hikikomori nel nostro Paese, con incidenza leggermente superiore nella fascia 11-13 anni, ovvero quella delle scuole medie. Pensateci: medie. Ragazzi di 11, 12, 13 anni che iniziano già a chiudersi fuori dal mondo. Se poi combiniamo i dati delle diverse ricerche, nella sola popolazione studentesca potrebbero esserci tra i 50mila e i 100mila hikikomori in fase iniziale.
Parliamoci chiaro: dietro molti casi di hikikomori c’è una storia di bullismo. Dietro quest’isolamento volontario ci sono anche casi di bullismo fino ai tentativi di suicidio. Non è un caso che in molti casi, dietro l’isolamento si cela una storia di bullismo. È una cosa che mi ha sempre colpita: il bullismo non finisce quando suona la campanella o quando si chiude Instagram. Continua nella testa di chi lo subisce, diventa un modo di vedere il mondo, di vedere se stessi. E a un certo punto, la soluzione più semplice sembra essere: se il problema è là fuori, io resto qui dentro. Questo ritiro sociale riguarda tutti coloro che si sentono diversi o respinti o hanno pressioni dai genitori, che magari rimbalzano attese sociali o sono di successo. È un mix terribile: ti senti inadeguato, vieni preso in giro o escluso, e magari a casa hai genitori che si aspettano chissà cosa da te. A quel punto, chiudersi in camera sembra l’unica via d’uscita.
La scuola, che dovrebbe essere un luogo sicuro, diventa spesso il primo ambiente da evitare. Il rifiuto scolastico è infatti uno dei campanelli d’allarme principali. E quando inizi a saltare la scuola, poi diventa sempre più difficile tornare. C’è la vergogna, il senso di essere rimasti indietro, la paura del giudizio degli altri.
Ma l’hikikomori non è solo un fenomeno adolescenziale. Anche se i casi più numerosi si manifestano tra i 14 e i 19 anni, ci sono persone che diventano hikikomori da adulte, o che continuano a esserlo ben oltre i vent’anni. In Giappone ci sono anche casi over 40, e la situazione può diventare estrema e senza una fine stabilita se non si ha supporto. E qui entra in gioco un elemento nuovo, tutto contemporaneo: lo smartworking. Lo smartworking ha permesso a chi già sentiva un forte disagio (ma era in qualche modo obbligato ad andare in ufficio) di chiudersi ancora di più in se stesso, eliminando la fatica di doversi muovere da casa e di relazionarsi vis-à-vis con i colleghi. Non fraintendetemi: lo smartworking non causa l’hikikomori. Ma per chi ha già una predisposizione all’isolamento, può diventare un facilitatore. Prima, se lavoravi, dovevi per forza uscire di casa, vestirti, prendere i mezzi, vedere persone. Ora puoi fare tutto dal tuo letto, in pigiama, senza mai vedere un’anima viva.
Ci sono adulti che, grazie allo smartworking, riescono a mantenere un lavoro pur vivendo praticamente da reclusi. Si mantengono grazie ai genitori o con lavori sul web che permettono loro di non uscire mai di casa, utilizzando tutti gli strumenti offerti dalle nuove tecnologie per sopperire alle normali attività quotidiane: fare la spesa, pagare le bollette, acquistare beni e servizi. È una situazione paradossale: sei tecnicamente un lavoratore, contribuisci alla società in senso economico, ma sei completamente disconnesso da ogni forma di socialità reale. E nessuno se ne accorge, perché il lavoro viene fatto, le riunioni su Zoom vanno bene, tutto funziona. Ma tu, dietro quella telecamera, sei sempre più solo.
(fine parte prima)