(italiatv) Parte seconda. Ok, ma come si fa concretamente a vivere senza mai uscire di casa? Come ci si procura il cibo, i vestiti, tutto quello che serve? La risposta è: internet e consegne a domicilio. Siamo nell’era in cui puoi avere qualsiasi cosa direttamente alla porta di casa, e questo ha reso possibile un livello di isolamento che prima sarebbe stato impossibile.
Partiamo dal cibo. Alcuni hikikomori meno soggetti all’agorafobia sono in grado di uscire di casa una volta al giorno o una volta alla settimana per recarsi in un supermercato, dove possono trovare colazioni da asporto, pasti precotti e/o preconfezionati. Ma in molti casi nemmeno questo è necessario. Oggi abbiamo app di food delivery per tutto: Deliveroo, Glovo, Just Eat, ma anche servizi più specifici. Puoi farti consegnare la spesa da supermercati online, pasti pronti, qualsiasi cosa. Non devi mai vedere un supermercato dall’interno. Apri l’app, scegli cosa vuoi, paghi con carta o PayPal, e dopo mezz’ora suonano al citofono. Ritiri la borsa, chiudi la porta. Fine.
Lo stesso vale per tutto il resto. Vestiti? Amazon, Zalando, Asos. Medicinali? Farmacie online con consegna. Libri? eBook. Film e serie? Netflix, Prime Video, Disney+. Videogiochi? Download digitali. Non c’è letteralmente niente che tu non possa procurarti senza uscire di casa. E i pagamenti? Pagando solo con transazioni elettroniche e senza mai avere altro rapporto umano se non col corriere delle consegne. Carte di credito, PayPal, Satispay, Apple Pay. Puoi gestire tutto dal telefono. Bollette? Le paghi online. Documenti? Molti si possono richiedere digitalmente o far consegnare a casa.
Solitamente lo hikikomori lascia di rado la sua stanza, nemmeno per lavarsi, chiedendo che il cibo gli sia lasciato dinanzi alla porta e consumando i pasti all’interno della propria camera. Nei casi più estremi, l’unico contatto con un altro essere umano è il corriere che suona al citofono. E anche quello può essere evitato: lascia il pacco fuori dalla porta, non c’è bisogno che io ti veda. E’ una vita completamente mediata dalla tecnologia. I tuoi unici contatti sociali sono attraverso schermi: chat, forum, social media (anche se chi è più isolato tende a rifiutare i social network proprio perché queste piattaforme generano ansia sociale a causa del continuo confronto con gli altri), videogiochi multiplayer. Ma mai faccia a faccia, mai in carne ed ossa.
Il ritmo del giorno si inverte. Spesso tendono a dormire di giorno e si dedicano alle loro attività di sera e di notte. Ha senso: di notte il mondo è più silenzioso, non ci sono le voci dei vicini, non passa gente per strada. È come se il mondo esterno non esistesse, e tu puoi vivere nella tua bolla senza che nessuno ti disturbi.
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Scrivere di hikikomori mi ha fatto riflettere molto. Perché in fondo, se ci pensate bene, un po’ tutti abbiamo avuto momenti in cui vorremmo solo chiudere fuori il mondo, restare sotto le coperte e far finta che là fuori non esista nulla. La differenza è che per la maggior parte di noi resta un pensiero passeggero, un desiderio di un momento. Per gli hikikomori diventa una realtà che dura mesi, anni, a volte una vita intera. Il rischio è che questa condizione si cronicizzi e diventi patologica: nella fase iniziale non sembra un disturbo, ma un disagio. Ed è proprio questo il punto più preoccupante: quando inizi, non pensi che diventerà per sempre. Pensi “sto solo prendendo una pausa”, “ho bisogno di tempo”, “poi torno fuori”. Ma quel “poi” continua a slittare, e prima che te ne accorga sono passati anni.
Abbiamo strumenti meravigliosi per connetterci, per accedere a informazioni, per rendere la vita più comoda. Ma ha anche reso possibile un livello di isolamento che prima era impensabile. Puoi vivere una vita intera senza mai toccare un’altra persona, senza mai guardare qualcuno negli occhi, senza mai sentire il sole sulla pelle. E questo non può essere sano.
Il fenomeno degli hikikomori ci pone domande scomode sulla società in cui viviamo. Perché sempre più giovani scelgono di ritirarsi? Cosa c’è là fuori che fa così tanta paura? E cosa possiamo fare, come società, per rendere il mondo esterno un posto in cui valga la pena stare?
Non ho risposte facili. Ma so che ignorare il problema non lo farà sparire. Il fenomeno è in aumento, e questo lo confermano tutti gli studi recenti. Forse è arrivato il momento di guardare in faccia questa realtà e chiederci cosa stiamo sbagliando, come generazione e come società. Perché quando migliaia di ragazzi preferiscono la solitudine della loro stanza al caos del mondo, forse il problema non sono loro. Forse il problema è il mondo che abbiamo costruito.