(italiatv) L’economia è parte fondamentale e preminente della vita civile, ma il lavoro, la produzione e gli scambi non devono essere considerati in un ottica di mera ricerca del profitto. Se ciò fosse l’unico riferimento ci ritroveremmo a dover “patire” una prevalenza di attività illegali, socialmente dannose che ledono sia gli interessi generali che l’ordine sul quale si regge la società stessa. E le attività illegali sono spesso collegabili, in un patto diabolico, con azioni corruttive che, a dispetto del vantaggio di pochi, creano gravi danni all’economia mondiale.
La corruzione pesa gravemente sulla congiuntura e provoca un costo annuale che oscilla intorno ai 2 miliardi di euro, riducendo il potenziale di crescita mondiale favorendo l’evasione fiscale e indebolendo la capacità di azione degli Stati.
Le imprese preferiscono Paesi che offrano la certezza di non essere costretti a pagare tangenti dopo aver fatto i propri investimenti. Sono quindi necessarie regole certe, obiettive e trasparenti.
L’etica si deve configurare come una “linea guida” che si articola secondo i classici principi della giustizia commutativa cercando di coordinare il principio della libertà di mercato con quello dell’equilibrio sociale. L’etica dell’economia sociale di mercato si basa su tre elementi centrali: creazione di un quadro di riferimento per mercato e concorrenza, attuazione di una politica sociale attiva e realizzazione di obiettivi socio-politici.
Si viene quindi a identificare un terzo protagonista che dovrebbe essere punto di riferimento per l’armonizzazione delle nozioni di economia ed etica.
Il ruolo politico (non semplicemente legislativo) appare fondamentale per supportare l’idea che un’impresa abbia un comportamento responsabile e corretto nel contribuire allo sviluppo economico, migliorando contestualmente sia la qualità della vita dei dipendenti e delle loro famiglie che il rispetto dei diritti fondamentali, le pari opportunità, la non discriminazione, la qualità di merci e servizi, salute e ambiente.
Se negli ultimi anni tali principi sono confluiti nelle leggi dell’Unione Europea, le imprese dovrebbero comprendere come la concezione di un codice etico sia non solo la impostazione di una Corporate Social Responsability (CSR responsabilità sociale d’impresa) ma di una propensione a rispondere alle pressioni esercitate dalla collettività a causa di errori e scandali.
Una valida integrazione della CSR nella gestione e nella cultura dell’impresa può tradursi in una fonte di vantaggio competitivo.
Le ultime crisi finanziarie sono un pessimo esempio: il salvataggio di imprese bancarie è stato addossato sui cittadini e sui loro discendenti e, allo stesso tempo, milioni di persone hanno perso il loro posto di lavoro.
Nasce forte e chiaro che è necessario sensibilizzare in maniera più proficua i futuri dirigenti sui profili etici, soprattutto a partire dalle università.
Se la morale ha bisogno di regole, queste regole devono essere fatte proprie non solo in un quadro di riferimento politico.
“Una morale che ritiene di poter fare a meno di conoscere le leggi economiche non è una morale ma moralismo, cioè l’opposto della morale” (Benedetto XVI).
I sistemi sociali – economia, politica, management – funzionano secondo logiche proprie (la logica del denaro, del potere e della influenza politica). Le multinazionali, in virtù del loro potere finanziario, creano rapporti di dipendenza e interferiscono sui livelli sociali al fine di massimizzare il profitto. A ciò si aggiunga l’effetto negativo sulla collettività quando ottengono esorbitanti e incomprensibili aumenti di stipendio nonché ingenti bonus anche quando vengono scoperti i casi di frode, corruzione, falso in bilancio o semplice malagestio.
Se il peso politico (in funzione di collettore del pensiero collettivo) facesse emergere che gli errori morali possono danneggiare in modo permanente la reputazione di un’impresa e del suo brand riducendo sia la fiducia degli azionisti che di clienti, banche e governi, causando di riflesso le perdite economiche, si comprenderebbe come la morale non dovrebbe essere intesa come restrizione alla ricerca del successo imprenditoriale ma come ulteriore fattore di successo e come possibilità di maggiore visibilità rispetto alla concorrenza.
Un’economia di mercato responsabile a livello sociale non deve essere confusa con un sistema economico “che assicura l’assoluta prevalenza del capitale, del possesso degli strumenti di produzione, della terra rispetto alla libera soggettività del lavoro dell’uomo” (Centesimus annus – Giovanni Paolo II).
Etica ed economia non sono in conflitto, almeno non dovrebbero esserlo, sia a livello nazionale che internazionale.
Ma ritorniamo alle funzioni che la politica dovrebbe assumere sui vari fronti; il rafforzamento delle libertà politiche, l’aumento delle possibilità di investimento, la libera circolazione, offerta di formazione per i lavoratori, posti di lavoro certi e confrontabili, regole produttive o ambientali valide per tutti.
Se nel recente secolo trascorso queste regole erano state impostate e considerate punti di partenza per una reale globalizzazione costruttiva, il benessere e/o malessere nell’attuale sistema economico non dipende più solo dalla capacità delle imprese di conseguire risultati ottimali nella ricerca del profitto, ma dalla condizione dettata dai poteri pubblici e dei gruppi con particolari interessi che interferiscono sulle dinamiche dei singoli Stati.
Alla luce di tali considerazioni oggi è ancora possibile parlare di etica dell’economia?
I fatti che quotidianamente ci presenta la politica internazionale sembrerebbero essere nettamente contrari a trovare una loro affinità, con il rischio che il costo di tale imposizione sociale venga pagato non solo dalla collettività attuale ma, soprattutto, dalle generazioni future.
Sappiano i “potenti” che non esiste azione umana che non determini una responsabilità a livello etico.
Il messaggio che il “mondo” dovrebbe tatuarsi sul suo DNA è che se l’etica è costantemente costretta a rincorrere la stoltezza dei governi, a lungo termine sarà l’etica – e con lei l’uomo stesso – a rimetterci.