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ITALIA TV. Quelle notti profonde sul camion

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ITALIA TV. Quelle notti profonde sul camion

(italiatv) Vermicino, 10 giugno 1981. Alfredino Rampi cade in un pozzo artesiano nella campagna vicino casa sua. Notti travagliate di speranza e dolore che tutti abbiamo seguito e che restano nella mente di adulti e piccini. Io ero un’adolescente, la scuola era finita e a volte accompagnavo mio papà, titolare di una piccola impresa di trasporti con pochi dipendenti, situata proprio a Vermicino. Quando qualche dipendente stava male o aveva qualche altro problema, mio papà certo non poteva perdere il carico da consegnare (quasi sempre olio per una famosa compagnia petrolifera) e quindi si rimboccava le maniche e partiva, e io felice con lui.
Era l’epoca dei camion Fiat, successivamente quelli più belli e nuovi Iveco e appunto: se c’era da partire mio padre partiva. Viaggiava maggiormente in Italia ma a volte anche all’estero, io con lui: si partiva di notte per poter arrivare a consegnare nella mattinata.
Ricordi indelebili nella mia mente da adolescente: il faro che illuminava la trivella sul pozzo di Alfredino che col passare del tempo perdeva le speranze di essere tirato fuori vivo con l’angoscia che ne conseguiva, la motrice del camion appoggiata all’indietro per essere caricata, la notte con il caffè nel termos che mia madre preparava a papà, la manciata di gettoni telefonici che risuonavano nel cassetto sotto al volante per le chiamate a casa, il rumore sordo della pila di copertoni vecchi che, messi uno sull’altro, servivano per far scendere i fusti pesantissimi di olio, idea geniale di mio padre sempre arguto nel trovare soluzioni, così da non dover chiamare persone per lo scarico.

La notte durante la quale oggi, a distanza di troppi anni, mi trovo a viaggiare in autostrada, sorpassata e incastrata da tir enormi, vede uno scenario molto cambiato che però mantiene le basi e le caratteristiche uniche di chi viaggia a bordo di bestioni enormi. Oggi c’è lo Scania, il mio preferito perchè all’interno dell’abitacolo offre una serie di comfort pazzeschi, tecnologia avanzata; letti (c’erano anche sui camion dell’epoca) comodissimi e una strumentazione di altissimo livello. E’ bello il muso dello Scania: imponente, pulito, con linee squadrate aerodinamiche, fari sottili a led che sembrano occhi, griglia frontale larga con il logo al centro tipo stemma regale. Un guerriero battagliero sulla strada.

Affascinante la storia della notte di chi viaggia: c’è un mondo di rituali, contatti, storie che si intrecciano, centinaia di camion che riposano in autogrill mentre il guidatore dorme; il risveglio, la colazione, la ripartenza…
Ci sono stati diversi programmi soprattutto radio che hanno raccontato le notti e anche le giornate di chi si trova ad affrontare migliaia di chilometri con davanti solo una striscia d’asfalto per pensare e meditare: da “Uomini e camion” a “Camionisti” su Rai Isoradio, dove si racconta e si da voce ogni volta a uno più autotrasportatore per parlare del loro lavoro, delle loro storie, dei loro problemi e della vita a bordo di un camion. Sono gli spaccati di vita di quelli che affascinano: il dover lasciare la propria vita, la propria famiglia per partire in qualsiasi situazione ci si possa trovare per andare incontro solo a una lingua di asfalto fissa davanti agli occhi per ore interminabili. Partire per un dare un futuro a sé stessi e ai propri figli affrontando sempre i tanti rischi della strada, smettendo di pensare solo a destinazione. C’è sempre un punto di vista, c’è sempre una vita dietro.

Poi c’è l’America, quella dei truck immensi che macinano chilometri infiniti sulle strade senza fine. L’immagine corre immediata a “On the Road” di Kerouac dove i camion compaiono spesso come parte del paesaggio del “viaggio americano”: ci sono scene dove i protagonisti viaggiano a bordo o alle dipendenze di camionisti (“truck drivers”), o salgono su camion per spostarsi. Questi momenti servono più che altro a mostrare la vita on the road, la difficoltà, l’improvvisazione, il contatto con persone normali, la bellezza anche nella fatica.
Il camion come simbolo di libertà mista a precarietà: spesso non ci sono comfort, i viaggi sono lunghi, le strade impervie, il cielo sopra è vasto. Il viaggio su camion è un modo per misurarsi con l’America vera, non quella delle città, ma quella dei grandi spazi, delle distese, delle soglie della notte. Poi c’è anche l’aspetto umano: i camionisti non sono caratterizzati come eroi tecnologici, ma come persone “dure”, resilienti, a volte allegre, che vivono nell’ombra del viaggio di altri. Kerouac li guarda con curiosità e rispetto, come capitani di barche che solcano strade asfaltate invece che mare.
Oggi però sappiamo che le cose sono diverse e la tecnologia viene in aiuto a chi decide di fare questo duro lavoro. Cellulari, navigatori, guida automatica sicuramente rendono il viaggio più confortevole; il tempo è passato, con migliaia di chilometri alle spalle e altrettanti da percorrere.