(italiatv) È morto a quasi 105 anni (pur non avendo vissuto in Sardegna o nel Cilento). Edgar Morin lascia un’eredità intellettuale che attraversa la sociologia, la filosofia, l’epistemologia e l’antropologia: e il bello è che lo fa non per confonderle, ma per tenerle insieme. Tra i banchi delle aule in via Salaria a Roma, mi iniziai a sentire in perfetta consonanza con la storia del pensiero sociologico francese proprio con Morin. In un’epoca dominata dalla specializzazione esasperata, morin affermava che “…nessuna disciplina, da sola, è in grado di comprendere la realtà. La comprensione richiede visione olistica, connessione, circolarità”.
Il sapere occidentale moderno si è costruito sul principio di separazione. Morin chiamò questo impianto “paradigma della disgiunzione”: un modello cognitivo che produce conoscenza tecnica ma distrugge comprensione. Si conosce sempre di più una parte sempre più piccola del tutto.
Nel primo volume de Il Metodo, già nel 1977, propose la risposta: il “pensiero complesso”, un approccio che non rinuncia alle specializzazioni ma esige che siano attraversate da connessioni permanenti. La complessità non è complicazione: è il riconoscimento che ogni fenomeno porta in sé contraddizioni irriducibili e relazioni che lo superano.
La specializzazione esasperata produce esperti incapaci di responsabilità, perché la responsabilità richiede visione d’insieme. Non tanto accumulare informazioni ma organizzarle, metterle in relazione, interrogarle criticamente.
Un’intelligenza che sa connettere è più preziosa di una memoria enciclopedica.
Oggi questo problema è diventato strutturale. I social network replicano e amplificano il paradigma della disgiunzione: ogni contenuto è un frammento decontestualizzato, ottimizzato per la risposta emotiva immediata. L’algoritmo non cerca comprensione: cerca engagement.
L’AI generativa porta la contraddizione al limite: massima connessione computazionale tra dati, minima integrazione di senso.
L’eredità di Morin è un’etica della conoscenza: rifiutare la risposta semplice, tenere aperta la contraddizione. In un’epoca di polarizzazioni radicali, la complessità non è debolezza intellettuale. È rigore. E il rigore, oggi, è un atto di resistenza.