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ITALIA TV. OPUS incanta Roma. Il mito di Sakamoto nel docu-film testamento

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ITALIA TV. OPUS incanta Roma. Il mito di Sakamoto nel docu-film testamento

(italiatv) È il canto del cigno di Ryuichi Sakamoto: Opus. Roma ha risposto con profonda commozione all’appuntamento. Girato alla fine del 2022, pochi mesi prima della scomparsa del Premio Oscar avvenuta il 28 marzo 2023, il docu-film è stato diretto dal figlio del compositore, il regista Neo Sora e ci regala un profonda e struggente consapevolezza dell’imminente addio. Un palcoscenico senza parole, ma solo note. Le immagini spogliano la musica da qualsiasi sovrastruttura. In un rigoroso e poetico bianco e nero, l’inquadratura che si concentra unicamente su due elementi: il Maestro e il suo pianoforte gran coda Yamaha, all’interno dello Studio 509 dell’NHK Broadcast Center di Tokyo.

Sakamoto, visibilmente segnato dalla malattia ha raccolto le ultime forze per selezionare e registrare 20 brani capaci di raccontare la sua intera parabola artistica. Brani che spaziano dalle prime sperimentazioni pop ed elettroniche con la Yellow Magic Orchestra, alle leggendarie colonne sonore che lo hanno reso un’icona planetaria. È una narrazione visiva semplice e magnetica, dove la telecamera cattura da vicino le mani stanche ma precise, il riflesso della luce sui suoi capelli bianchi e gli occhiali iconici.

Ma l’elemento che più ha colpito è la cura del suono la musica : si avvertono chiaramente i respiri del compositore, il click dei pedali e lo scricchiolio del legno dello strumento. Solo alcune parole pronunciate, per fermare la registrazione, per la stanchezza. E le sue intense espressioni del viso, a dirigere se stesso, un’ultima volta, davanti ad un pubblico immaginato.

Un’ora e quarantaquattro minuti di pura sospensione temporale che richiamano i rintocchi delle ore di un’intera giornata. Il pubblico in sala ha salutato i titoli di coda con una commozione palpabile per quello che rimarrà l’ultimo, generoso regalo di uno dei più grandi geni musicali del nostro tempo.

Il film si chiude col pianoforte che suona da se i passi del Maestro che si accommiata. L’immagine che riassume l’essenza di Ryūichi Sakamoto è infatti di un uomo seduto al pianoforte, immerso nel silenzio, in attesa che il suono muoia naturalmente, prima di sfiorare il tasto successivo.

Sakamoto non è stato solo un musicista, ma un esempio culturale, capace di lanciare un ponte tra Oriente e Occidente, tra l’elettronica più fredda e l’umanesimo più profondo. La sua carriera, stroncata troppo presto nel 2023, è resa immortale dalla sua stessa vastità e rappresenta uno dei percorsi artistici più completi e influenti del XX e XXI secolo. Dalla Yellow Magic Orchestra all’avanguardia solista, Sakamoto emerge nella Tokyo della fine degli anni ’70, insieme a Haruomi Hosono e Yukihiro Takahashi, reinventando il pop globale. Mentre i Kraftwerk sincronizzavano la rigidità robotica tedesca, la YMO iniettava nel synth-pop una dose massiccia di ironia e melodie esotiche; brani come Tong Poo non erano solo canzoni, erano manifesti di una nuova identità giapponese, tecnologica e cosmopolita.

Tuttavia, lo spazio della band gli diviene presto stretto. La carriera solista di Sakamoto, inaugurata già nel 1978 con ”Thousand Knives”, si trasforma in un laboratorio permanente.

Dalla sperimentazione elettronica alla nascita della techno e dell’hip-hop, Sakamoto inizia a collaborare con le menti più brillanti del suo tempo: David Sylvian, con cui firma l’eterea Forbidden Colours, David Bowie, Iggy Pop e più tardi il genio del glitch Alva Noto. Ogni collaborazione non era mai un semplice prestito di talento, ma un dialogo filosofico sul suono. Ma se il mondo intero conosce il nome di Sakamoto, è in gran parte grazie al cinema.

La sua capacità di tradurre le immagini in emozione pura è sofisticata magia. “Merry Christmas, Mr. Lawrence” del 1983, film dove recita accanto a Bowie, Sakamoto compone un tema che sembra sospeso nel tempo. L’uso dei sintetizzatori unito a strutture melodiche squisitamente orientali crea un’atmosfera di nostalgia universale. E nel 1987 “L’Ultimo Imperatore “, in collaborazione con Bernardo Bertolucci gli vale l’Oscar. Qui la musica si fa imperiale, epica, eppure intimista, corale, dimostrando la sua padronanza dell’orchestrazione classica. Senza dimenticare lo struggente ed evocativo tema ne “Il tè nel deserto”, in cui le sonorità diventano grammatica toccante e tormentata emozione. Ritorna nuovamente al cinema in “The Revenant” del 2015, in tarda età, regalando una partitura fatta di ghiaccio e vento, estremamente descrittiva, ancora con Alva Noto, per creare un tappeto sonoro che è quasi design acustico, più che musica tradizionale.

Se dovessimo isolare l’album che meglio rappresenta la sua visione di “cittadino del mondo”, quello è senza dubbio “Sweet revenge” pubblicato nel 1994: il disco è un crocevia geografico e temporale, col quale Sakamoto abbatte ogni muro. Mescola funcky e ritmi occidentali con la precisione del pop giapponese ma che strizzano l’occhio al prorompente Acid jazz di Londra.

Ma il capolavoro indiscusso rimane “Beauty”, nel quale si amalgamano suoni rock, linee tradizionali d’oriente e fraseggi intimistici. È un album dove compaiono Brian Wilson e Robert Wyatt, ma anche musicisti di strada e tradizioni millenarie. Brani come”Calling From Tokyo” o con la voce di Youssou N’Dour non sono esercizi di stile “world music”, ma la dimostrazione che la bellezza, appunto, non ha confini. È un disco politico, un viaggio sonoro inclusivo, nel quale il Giappone non è più un’isola, ma il centro di un dialogo globale.

In “Piano Works” torna l’estremo opposto, in cui troviamo la dimensione del pianoforte solo, il concetto che per Sakamoto rappresenta la sua vera essenza: significa sentire il legno dello strumento, il respiro del musicista e, soprattutto, lo spazio tra le note.

Qui emerge la sua formazione classica, il suo amore per Debussy e Satie, filtrato attraverso una sensibilità zen. “Il suono del pianoforte non dura a lungo,” diceva. “Svanisce. È un simbolo della nostra vita”.

In queste opere, brani nati come pop o colonne sonore vengono spogliati di tutto il superfluo, rivelando la loro architettura perfetta. È musica che non chiede attenzione, ma la cattura con la sua fragilità. Gli ultimi anni sussurrano un’intima rinascita. La battaglia finale contro il cancro ha trasformato l’ultima fase della sua produzione in un testamento spirituale, riflessioni sulla mortalità: ha iniziato a registrare i suoni della pioggia, del vento, e persino il rumore di un pianoforte “annegato” dallo tsunami del 2011.

Ryūichi Sakamoto ci ha lasciato un’eredità che non è fatta solo di spartiti, ma di un metodo: l’arte di ascoltare il mondo con rispettosa e misurata curiosità. Che si tratti di un coro africano in Beauty o di un singolo accordo di pianoforte sospeso nel vuoto, la sua musica rimane una bussola per chiunque cerchi l’armonia nel caos del presente.

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Opus – Nexo