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ITALIA TV. Biennale. Venezia ascolta le sue “Minor Keys”

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ITALIA TV. Biennale. Venezia ascolta le sue “Minor Keys”

(italiatv) Alla Biennale 2026 il rischio più grande sarebbe stato quello di lasciarsi trascinare soltanto dall’effetto scenico, dai padiglioni più fotografabili o dalle installazioni costruite per colpire il visitatore ma in questa edizione, costruita attorno al tema “In Minor Keys”, sembra funzionare quasi al contrario: più si rallenta e più si riesce a capire i dettagli, più colpiscono opere che parlano a bassa voce ma che riescono a lasciare una traccia più profonda rispetto a molte installazioni monumentali viste negli anni passati.
Il tema delle “chiavi minori” attraversa praticamente tutto il percorso della mostra e si trasforma in una riflessione sulla ricerca di linguaggi più fragili, di identità sospese, di memorie e di culture che cercano di sopravvivere alle veloci trasformazioni dei tempi.

In questo senso il padiglione dell’India è uno dei più completi dell’intera Biennale. Colpisce subito per l’impatto visivo delle grandi strutture tessili sospese, per i materiali naturali e per quella luce continua che attraversa corde, fibre e superfici come se tutto fosse vivo e in trasformazione. Non c’è l’estetica da cartolina o folkloristica ma ne esce una riflessione sul rapporto tra memoria, urbanizzazione e identità culturale, perché l’India qui raccontata è un Paese enorme in continua evoluzione ma che allo stesso tempo prova a non perdere il legame con la propria dimensione spirituale e artigianale.

Completamente diverso il padiglione di forte impatto dell’Oman, che lavora soprattutto sulla materia e sulla percezione fisica dello spazio, con la scelta di utilizzare sabbia proveniente direttamente dall’Oman in una sensazione continua di silenzio e sospensione, quasi di isolamento dal caos della Biennale e che dona al visitatore la possibilità di una visita diversa. La luce si muove sulle superfici creando atmosfere sempre diverse e il deserto diventa non solo paesaggio ma linguaggio. Questo padiglione risulta diverso dagli altri in quanto  non c’è troppa teoria astratta ma predominano l’aspetto centrale e l’essenzialità.

Gli Emirati Arabi Uniti hanno invece scelto un approccio più sottile e meno immediato con il progetto “Washwasha”, curato da Bana Kattan e con Tala Nassar come assistente curatore, parte proprio dal significato della parola araba che richiama il sussurro, il bisbiglio, una forma di comunicazione intima e selettiva e è probabilmente proprio qui che il collegamento con “In Minor Keys” diventa più evidente. L’installazione riunisce sei artisti, Mays Albaik, Jawad Al Malhi, Farah Al Qasimi, Alaa Edris, Lamya Gargash e Taus Makhacheva che lavorano sul paesaggio sonoro contemporaneo degli Emirati Arabi Uniti, un paesaggio trasformato dalle migrazioni, dalla tecnologia e dai cambiamenti sociali degli ultimi decenni. Non si cerca il grande effetto teatrale ma gli ambienti sono fatti di voci, vibrazioni, suoni lontani e di memoria. L’idea della “washwasha”, cioè del sussurro, diventa il punto di partenza per riflettere su oralità, identità e sul modo in cui le comunità riescono ancora oggi ad ascoltarsi in città sempre più globali e accelerate. È uno dei padiglioni che meglio riescono a trasformare un concetto astratto in esperienza sensoriale concreta.

Un posto centrale va riservato al Padiglione Italia, che con “Con te con tutto”, progetto di Chiara Camoni curato da Cecilia Canziani, occupa le Tese delle Vergini all’Arsenale con una presenza ampia, fisica e corale. E’ un padiglione da attraversare con calma e silenzio e chiede tempo, lavora sull’accumulo, sulla materia, sulla ripetizione e su una forma di bellezza basata sul fare, sul toccare, sul modellare, sul comporre insieme. Chiara Camoni è attenta al rapporto tra scultura, artigianato e natura e costruisce un ambiente dove ceramiche, fiori, forme vegetali, figure ibride e installazioni sospese sembrano appartenere a un mondo arcaico e contemporaneo allo stesso tempo. Il titolo “Con te con tutto” non parla di un io isolato, ma di una relazione con l’altro, con tutto, quindi con la materia, con la natura, con il tempo, con le tracce che restano e con quelle che si trasformano. Sembra un titolo semplice ma solo in apparenza, perché dentro contiene l’idea di una presenza totale, quasi affettiva nel mondo e il padiglione procede proprio così, con grandi presenze: colonne in ceramica, superfici lavorate, elementi floreali, sculture che sembrano creature, reliquie, vegetali o apparizioni mitologiche.
La forza del progetto sta anche nel modo in cui l’opera non si presenta come oggetto chiuso, ma come processo e le performance dal vivo rafforzano questa dimensione: il padiglione diventa un luogo abitato, attraversato da gesti, suoni, presenze umane e relazioni. In questo senso il lavoro di Chiara Camoni dialoga molto bene con “In Minor Keys”, perché costruisce una coralità più sottile, fatta di mani, corpi, materiali e ascolto. È un’Italia meno celebrativa e più sensibile, meno istituzionale e più organica, capace di mostrare una via contemporanea senza rinunciare alla memoria dell’artigianato, della terra e della forma.

Anche il padiglione della Russia merita un discorso a parte, soprattutto perché è stato uno dei più discussi e allo stesso tempo uno dei più difficili da leggere dentro il clima particolare di questa Biennale. Durante la preapertura il padiglione era accessibile e animato da musicisti dal vivo, tavoli conviviali e drink a base di vodka che trasformavano gli spazi in una sorta di ambiente sospeso tra ricevimento diplomatico, installazione performativa e rituale collettivo. Poi la chiusura al pubblico ha inevitabilmente aumentato attorno al progetto una dimensione quasi fantasma, come se il padiglione fosse diventato esso stesso parte di una riflessione sull’assenza, sull’isolamento e sulla percezione esterna della cultura russa contemporanea. Il progetto, “The Tree is Rooted in the Sky”, lavora soprattutto sul rapporto tra natura, spiritualità e memoria culturale russa. Al centro dello spazio compare una gigantesca composizione vegetale che sembra contemporaneamente un albero, un organismo vivente e una struttura rituale con rami, fiori, radici e intrecci naturali che salgono verso l’alto creando una presenza quasi sacrale. L’impressione è quella di un padiglione costruito più sull’atmosfera che su un chiaro messaggio, dove la musica dal vivo, i testi poetici, la lentezza dei movimenti e persino la dimensione conviviale dei brindisi sembrano voler ricostruire una forma di cultura russa legata alla malinconia, alla letteratura, alla musica e alla ritualità. Anche il titolo, “The Tree is Rooted in the Sky”, suggerisce un ribaltamento: non le radici nella terra ma nel cielo, quasi a cercare un’identità culturale più spirituale che geografica.
Dentro il tema generale “In Minor Keys”, il padiglione si inserisce in modo meno rumoroso di quanto si potesse immaginare, non tanto una dichiarazione politica, quanto piuttosto una riflessione sulla fragilità culturale, sul senso di appartenenza e sull’idea stessa di continuità artistica in un momento storico molto complesso. La successiva chiusura al pubblico ha poi trasformato quella esperienza iniziale in qualcosa di ancora più ambiguo e simbolico, lasciando ai pochi che l’hanno visto durante la preapertura la sensazione di avere attraversato uno spazio destinato quasi a dissolversi subito dopo.

Il Belgio si conferma uno dei padiglioni europei più rigorosi dal punto di vista concettuale dove specchi, superfici frammentate, giochi di rifrazione e strutture sospese costruiscono un percorso che parla soprattutto di identità europea, di memoria e di instabilità contemporanea. È un padiglione meno emotivo rispetto ad altri, ma molto coerente nella costruzione del linguaggio visivo.

Molto forte anche il padiglione dell’Ucraina, probabilmente uno dei pochi che riescono a parlare della guerra senza trasformarla in spettacolo. “Security Guarantees” parte da una riflessione sul concetto stesso di sicurezza e sulla fragilità degli accordi politici e internazionali. Centrale nel percorso è “The Origami Deer” di Zhanna Kadyrova, una scultura originariamente collocata nella città di Pokrovsk, nel Donbass, proprio nel luogo dove un tempo si trovava un aereo da combattimento sovietico armato con testate nucleari. L’opera è rimasta lì fino all’agosto 2024, quando l’avanzata russa ha costretto al suo trasferimento e da quel momento il suo viaggio della scultura verso Venezia è diventato parte integrante dell’opera stessa, attraversando oltre seimila chilometri, passando da città segnate dalla guerra e dall’esilio culturale. Ai Giardini della Biennale viene sospeso da una gru, quasi in attesa di una nuova collocazione definitiva e questa immagine produce una sensazione molto forte di precarietà e sradicamento.
La forza del progetto sta soprattutto nel contrasto tra la solidità materiale della scultura, realizzata in cemento, e la fragilità delle cosiddette “garanzie di sicurezza” richiamate dal titolo del padiglione e il riferimento è diretto al Memorandum di Budapest del 1994, quando l’Ucraina accettò di rinunciare al proprio arsenale nucleare in cambio di garanzie internazionali sulla propria integrità territoriale da parte di Stati Uniti, Regno Unito e Federazione Russa, garanzie che oggi appaiono drammaticamente fragili.
Il padiglione insiste molto anche sul tema della vulnerabilità dell’arte in tempo di guerra dove la stessa Pokrovsk, città che prima del conflitto ospitava oltre settantamila abitanti ed era diventata un centro importante per la cultura contemporanea ucraina, si trova oggi vicinissima alla linea del fronte. Il trasferimento del cervo origami diventa quindi simbolo dell’esilio non solo delle persone ma anche delle opere, della memoria e dell’identità culturale di un Paese intero.

Anche il Marocco costruisce un’atmosfera particolare, soprattutto grazie al lavoro sulla luce e sulle geometrie. Qui il rapporto tra architettura e spiritualità è continuo e tutto sembra rallentare: il tempo, il movimento, persino il modo in cui si osservano gli spazi. Tra le installazioni più intense viste a Venezia c’è “If I Must Die”, dedicata al poeta palestinese Refaat Alareer, che più che una mostra, sembra quasi un ambiente di raccoglimento dove le parole sospese nello spazio, le proiezioni luminose e il modo in cui il testo poetico diventa materia fisica riescono a creare forse il momento emotivamente più forti dell’intera Biennale senza trasformare il dolore in spettacolo.

Il Perù, con il lavoro di Sara Flores, introduce invece un linguaggio completamente diverso rispetto a gran parte dei padiglioni occidentali. Dove simboli, geometrie e tradizioni indigene amazzoniche diventano superfici che sembrano mappe spirituali più che semplici opere decorative e così il rapporto tra uomo, natura e memoria collettiva riesce a attraversare tutto il progetto.

Accanto ai padiglioni nazionali, una parte importante della Biennale vive anche nelle mostre collaterali sparse per Venezia. Tra queste, l’esposizione ospitata alla Biblioteca Marciana di Piazza San Marco, sostenuta da Bulgari, costruisce un dialogo molto equilibrato tra patrimonio storico, arte e moda senza mai sovrastare gli spazi della biblioteca.
Nello stesso percorso si inserisce anche la mostra su Dries Van Noten, intitolata “The only true protest is beauty” a Palazzo Pisani Moretta, sede della Fondazione Dries Van Noten che debutta con questa mostra inaugurale. Il lavoro su colori, tessuti, botanica e composizione trasforma il linguaggio della moda in una riflessione più ampia sulla sensibilità estetica contemporanea e qui il saper creare con le mani regala sensazioni e emozioni tangibili.

Al di là degli aspetti politici questa Biennale lascia soprattutto una sensazione diversa rispetto al passato dimostrando meno ossessione per l’effetto monumentale, meno bisogno di stupire a tutti i costi e più attenzione ai dettagli, alle fragilità e alle identità marginali. Forse è proprio questo il senso più riuscito di “In Minor Keys”: ricordare che spesso sono le opere più silenziose quelle che restano più a lungo nella memoria.

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