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ITALIA TV. King Lavia, a Firenze fino al 18 dicembre

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ITALIA TV. King Lavia, a Firenze fino al 18 dicembre

(italiatv) Gabriele Lavia a Firenze fino al 18 dicembre al Teatro della Pergola come regista e protagonista del King Lear, a più di cinquant’anni dal Re Lear di Giorgio Strehler, dove interpretava Edgar. Il maestro, dopo essere stato per alcuni anni direttore artistico di questo importante teatro fiorentino, veste ora i panni del protagonista, in una interpretazione magistrale tra ragione e follia.

Lear è un re potente che decide di rinunciare al suo “essere” regale, cedendo il regno alle figlie, per tornare a essere semplicemente un padre, e Shakespeare dimostra ancora una volta quanto attuali fossero i suoi temi: l’eterno conflitto del potere, la complessa relazione tra padri e figli, il tema della paternità e dell’eredità che tutti insieme conducono al focus della tragedia: la miseria dell’esistenza umana.
Rifacendosi alla celebre domanda di Amleto, «Essere o non essere», Lavia sottolinea come Lear neghi questa interrogazione fondamentale, scegliendo il non essere, il non essere più Re, che donando il suo regno si priva della sua esistenza, della sua ombra. E cosa è Lear senza essere più Re? Non è che un uomo, uno come tanti che non contano nulla. Non è che “nulla”.

Per comprendere a fondo il significato di questa tragedia è di grande aiuto Nadia Fusini, professoressa tra le maggiori studiose di Shakespeare e della letteratura inglese, che la definisce“come la tragedia del potere che crolla e della nudità dell’umano. E’ il dramma delle passioni estreme (ira, collera, accecamento) che conducono alla catastrofe, dove Lear attraversa un viaggio di conversione che culmina nella scena della landa, quando, spogliato di tutto, scopre la propria fragilità e quella degli altri”.
E’ un re che si aspetta altisonanti frasi d’amore dalle sue figlie: Goneril e Regan lo aduleranno e a queste lui lascerà il suo regno, mentre Cordelia, la più sincera, risponde con “nothing”, non ha niente da dire se non che nutre un amore normale verso il padre che l’ha generata, ma rifiuta la scena della menzogna. La collera e l’ira verso quest’ultima offusca il suo senso della realtà impadronendosi del suo animo e a questo segue l’azione che darà inizio alla sua rovina, rompendo l’ordine naturale: lasciare il suo regno alle figlie sbagliate, che vengono ben rappresentate da Lavia nella loro ingordigia, lascivia e spudorata finzione, con un piglio duro e malvagio sottolineato anche da abiti scuri, stivali alti, mantelli preziosi ma rovinati.

Nel III atto c’è la scena della landa, è qui il climax della tragedia, dove Lear, fuori dal palazzo e non più re, impazzisce comprendendo la sua colpa verso Cordelia e verso i poveri che aveva sempre ignorato: l’ordine politico e familiare è andato in pezzi, il re è solo un vecchio nudo nel bosco. Qui Lavia, mette in scena la follia con momenti di nonsense, mostrandosi in parte nudo (nel vero senso della parola), tanto ormai tutto è stato distrutto, la normalità, il pudore, la dignità. Anche la lingua è diversa perché si esprimono con frasi spezzate, parole incomprensibili, indovinelli, balletti e la follia (il Matto è il compagno più presente in questo viaggio).

Solo alla fine Lear capirà gli inganni e cercherà di ricongiungersi a Cordelia, che, rappresentando la bontà d’animo, lo perdona ma muore per ordine di Edmond, il figlio bastardo di Gloucester, anche lui traditore e sovvertitore dell’ordine contro il fratello Edgar, invece figlio legittimo.
Edgar è proprio il manifesto del bastardo shakespeariano: è il figlio nato nella discendenza  ma esonerato dai diritti di successione, che qui disgrega senza costruire.
C’è poi la figura del Fool, del matto, spesso presente nelle opere di Shakespeare perché è quello che può dire tutto e dice la verità mentre tutti mentono, senza essere punito dal re. E qui Lavia lo mette molto in risalto già a partire dagli abiti di scena: tutti hanno abiti vecchi usati, solo il Fool è vestito con abiti nuovi dai colori molto vivaci, perché a differenza di tutti gli altri lui è l’unica forza realmente viva e sincera, ma in quanto Matto, nessuno gli dà valore.

Per questo Re Lear Gabriele Lavia riparte da una promessa fatta a Giorgio Strehler ciò è che un giorno ne avrebbe affrontato il testo. Usa la stessa traduzione del maestro, rovesciandola però in un allestimento opposto: uno spettacolo povero, quasi “distrutto”, in uno spazio decadente, con vecchi costumi tirati fuori dai bauli, come in un teatro abbandonato. Questo è il suo modo di ricordarlo, con timore e gratitudine, sapendo che quel Re Lear resta un modello inarrivabile.
Anche la scena segue una poetica precisa: l’idea è quella, eraclitea, di un ordine che nasce da cose gettate a caso, dove il palcoscenico è un teatro rovinato, pieno di oggetti recuperati, come quasi tutti i costumi sono trovati, rimessi insieme, segnati dal tempo, eccetto il Fool che indossa un abito nuovo, come la presenza che buca questo spazio in rovina e lo tiene desto.
Il rapporto con il testo e con i personaggi resta fisico, quasi carnale. “un testo non va indossato come una vestaglia comoda, va mangiato e digerito” afferma Lavia. Le parole devono diventare carne, sangue, fatica, vanno ricordate e poi quasi dimenticate, come suggeriva Rilke, perché da lì possa nascere una recitazione davvero viva, non illustrativa.

Il teatro per Gabriele Lavia è il luogo in cui ci si incontra con se stessi insieme al pubblico, in una zona più bassa e profonda, come un sottopalco dell’anima, una sofferenza necessaria, a cui non ci si riesce mai del tutto a sottrarre.