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ITALIA TV. Reportage. “NELLA PIANA”. Parte quarta. Estate.

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ITALIA TV. Reportage. “NELLA PIANA”. Parte quarta. Estate.

(italiatv) Quest’anno non c’è stata la tanto attesa Fioritura dei campi nella Piana di Castelluccio, quella incantevole miscellanea di colori che siamo soliti associare alla lenticchia; la scarsità delle piogge e le alte temperature estive hanno penalizzato significativamente lo spettacolo ambito dai numerosi fotografi, naturalisti e curiosi.
Fortunatamente questo non ha inciso troppo negativamente sulla raccolta e anche se i colori delle piante infestanti, i papaveri, i fiordalisi e le margherite che puntualmente regalano cartoline straordinarie, hanno patito una decisa scarsità di densità; ma appunto non sembra ci siano state ripercussioni per le messe.
Ora è il tempo della raccolta. Ma come si sviluppa il ciclo della lenticchia? La tradizione seguiva delle tappe ben scandite.

Si procedeva con l’Aratura e la Semina, di solito nelle giornate quiete di marzo, in assenza di neve, che attende il beneficio unico delle piogge stagionali; a due mesi circa dalla posa dei semi, senza aggiunta di additivi, spuntano i primi virgulti della pianta, che a crescita ultimata non supera i 30 centimetri, ed apparirà punteggiata da piccoli fiori bianchi.

A fine luglio, al termine della Fioritura, si procedeva con la Carpitura (o taglio), tradizionalmente accompagnata dai canti popolari e stornellature delle donne, le Carpirine, assunte per l’occasione per aiutare il lavoro, dall’alba al tramonto, nei campi.

Le piantine quindi erano raccolte in mucchietti ordinati in file parallele, girate più volte per favorirne l’essiccazione al sole: forse il momento più delicato, per il rischio delle piogge estive. Passati alcuni giorni seguiva la Trita ossia la battitura delle piantine per ottenere la caduta del seme dalla pianta, facendo ricorso anche a cavalli o muli.

Quindi la formazione del Cantile (i mucchi) e a seguire la Scamatura, procedura che separava la pula dal seme; si terminava infine con la Conciatura, nelle cantine del paese, per pulire ulteriormente i semi dalle impurità residue e quindi si insacchettava il tutto.

Oggi, con i nuovi procedimenti meccanici, si è persa quella magia antica e aspra, che rimanda ad una tradizione ormai viva solo nei racconti e nei ricordi dei più anziani o nelle feste patronali, dove riecheggiano ancora di quei sapori ed atmosfere mai dimenticate. Ora la raccolta è organizzata e portata avanti da trattori, trebbie e mietitrebbie che hanno inevitabilmente sostituito la tradizione manuale.

Ma fortunatamente il termine della filiera corta del ciclo produttivo garantisce ancora e rappresenta la risorsa portante dell’economia castellucciana, sopravvissuta al terribile terremoto che tra pochi giorni sono 9 anni, e anche simbolo stesso di un’identità rurale difesa con coraggio ed audacia, offrendo un prodotto di eccellenza, protagonista indiscusso della nostra cucina italiana; non solo a Capodanno.