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ITALIA TV. Poesia ed anarchia: Andrea Pazienza e la geometria del caos

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ITALIA TV. Poesia ed anarchia: Andrea Pazienza e la geometria del caos

(italiatv) Questa non è una mostra. O almeno, non come ce la si aspetterebbe. Entrare al MAXXI in questi giorni, tra le curve sinuose di Zaha Hadid, e trovarsi di fronte alla mole di “Andrea Pazienza, Non sempre si muore” è come inciampare in una esplosione nucleare, chiusa in cornice. Sono passati quasi quarant’anni da quando quel segno nervosissimo, capace di passare dal tratteggio accademico alla deformazione grottesca nel giro di una vignetta, ha smesso di graffiare la carta. Eppure, camminando lungo il percorso, curato da Giulia Ferracci e Oscar Glioti, si ha la sensazione che Paz sia uscito solo per un attimo, per fumarsi una sigaretta, e che debba rientrare da un momento all’altro.

La mostra è un imponente capitolo, che raccoglie oltre cinquecento tavole originali, che non tenta banalmente la celebrazione grafica; sarebbe stato un insulto a uno come lui. Invece esplora quella che potremmo chiamare la “anarchia del segno”, ossia la capacità di Pazienza di decostruire la realtà. Che si tratti dell’alter ego Pentothal, specchio di una generazione disillusa che guardava alle macerie del ’77 bolognese e ancor di più a quelle italiane, o del nichilismo cinico e feroce di Massimo Zanardi, Pazienza non disegnava storie, spalancava porte su abissi.

Il MAXXI riesce nel miracolo di restituire non solo l’artista, ma l’antropologo del degrado e della bellezza, in un eccellente esempio di museografia. La disposizione delle tavole, quasi un labirinto in crescendo cronologico, ci costringe a guardare da vicino il suo segno, che non è mai stato essenzialmente pulito ma forte, sporco, tremante e viscerale. Un segno che urla, urla con voce politica. Si perché Pazienza è stato, più di ogni altra cosa, un vero sabotatore. Anche se non c’è mai stata in lui, una reale adesione acritica ad una bandiera, la sua è stata una posizione politica di pancia, una reazione tonante ed immunitaria al conformismo.

Da Frigidaire, la leggendaria rivista che ha ridefinito il concetto di controinformazione negli anni Ottanta, Pazienza ha sparato a zero su tutti. Non cercava padroni politici e non ne voleva, non ne aveva necessità. Ed insieme a compagni di viaggio come Tamburini, Scòzzari e Liberatore ha trasformato la pagina stampata in un terreno di denuncia feroce, di guerriglia. La sua critica al potere non era il semplice dissenso dell’intellettuale impegnato: era lo schiaffo in faccia del punk grafico, che ha capito prima di tutti che il re era nudo. La sua voce era autenticità scarnificante, brutale. Era la capacità di raccontare la tossicodipendenza, l’alienazione delle periferie, l’edonismo reaganiano come un veleno mortale, senza mai salire in cattedra. Pazienza non voleva cambiare il mondo, ma lo voleva costringere a guardarsi allo specchio, anche se il riflesso era grottesco, deforme e spaventoso.

E la sua è un’eredità che non si rassegna, ma langue. La mostra al MAXXI è un atto di Amore alla sua resistenza, mentre fuori imperversa il rumore di fondo di un’epoca digitale, che brucia tutto in pochi secondi: vedere la cura maniacale, la densità materica del suo tratto a china originale, fa un effetto quasi erotico. Un Paz ancora presente, perché il suo stile, quel mix di cultura classica e disperazione underground è il DNA della sua, della nostra stessa irrequietezza. Guardare Zanardi che fuma in una tavola degli anni Ottanta, e una laconica compilation anni ‘70/80 che ci segue di sala in sala, ci aggredisce con terribile nostalgia alle spalle, capaci di catapultarci immediatamente nei tempi di “Mr.Fantasy, di “L’Altra domenica”, l’epoca del parossismo culturale emergente, delle stagioni politiche stragiste e dei bui anni di piombo.

“Non sempre si muore”: a vedere queste tavole è come se Paz stesse disegnando in tempo reale, su un qualsiasi foglio di quaderno, e ci viene da dire che forse, non si muore mai per davvero, finché c’è qualcuno capace di leggere tra le righe di un fumetto la verità atroce e bellissima di un’intera generazione. Paz continua a camminare tra noi, un sorriso amaro e la matita pronta a sbeffeggiare il prossimo falso profeta. Una parentesi di tenera ed intima malinconia della mostra sono le lettere indirizzate a sua madre, in cui affiora un Paz privato, affettuoso e premuroso, che attende una “ bellissima” foto materna, in cambio di una distanza inevitabile.

La mostra “Andrea Pazienza. Non sempre si muore” è visitabile presso il MAXXI di Roma fino al 27 settembre 2026.

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