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ITALIA TV. Alla Galleria Borghese la deludente esperienza con le Metamorfosi

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ITALIA TV. Alla Galleria Borghese la deludente esperienza con le Metamorfosi

(italiatv) La Galleria Borghese, tempio inviolabile del Barocco e scrigno delle meraviglie berniniane e non solo, ha recentemente intrapreso un ambizioso progetto espositivo dedicato a Le Metamorfosi di Ovidio. L’intento, appare affascinante, creare un dialogo serrato tra la parola del poeta latino, pilastro della cultura classica e la plasticità sovrannaturale delle opere di Gian Lorenzo Bernini, che nelle sale della Galleria trovano il loro domicilio naturale. Eppure, a una visita attenta, l’operazione lascia un senso di incompletezza, un vuoto filologico che si avverte camminando tra le sale. Quella che dovrebbe essere una narrazione sinergica si trasforma, purtroppo, in un accostamento didascalico, mancando il respiro, orfano del nesso necessario per sostenere un confronto così titanico. È piuttosto un dialogo impari, risultando un fraseggio incompleto.

Pensiamo all’Apollo e Dafne: la metamorfosi avviene sotto i nostri occhi, nel marmo che si fa foglia, nella carne che si fa corteccia, radice. È un momento di pura magia, in cui la statuaria sfida la sua stessa natura statica, il plasticismo materico. Tuttavia, l’allestimento scelto per accompagnare il visitatore in questo percorso appare slegato, quasi timido nel suo tentativo di integrare il testo poetico con le opere d’arte proposte. Le installazioni e i supporti narrativi inseriti nelle sale non sembrano aggiungere valore all’esperienza berniniana; al contrario, sembrano presenze estranee, elementi impari, che spezzano la sacralità degli ambienti. Invece di creare un ponte tra il mito e la forma, l’allestimento si limita a una giustapposizione fragile, perdendo l’occasione di esplorare la profondità psicologica dei personaggi ovidiani, che Bernini aveva invece saputo cogliere con una precisione quasi chirurgica.

È difficile, guardando questa mostra, non pensare a quanto visto solo pochi mesi fa ai Musei Capitolini con l’esposizione dedicata a Cartier. Quella mostra che aveva saputo tessere un filo rosso tra l’arte antica e la contemporaneità con una coerenza narrativa che qui, purtroppo, latita. La mostra dei Capitolini possedeva una struttura solida, un rigore metodologico che rendeva ogni accostamento intellettualmente emozionante. L’allestimento non cercava di coniugare le opere ma le esaltava, creando una scenografia dialogata, con perfetta armonia tra i reperti e la creazione espositiva. L’operazione di Villa Borghese sembra, al confronto, un tentativo di emulazione che ne riprende il tono, il desiderio di collegare classico e contemporaneo senza tuttavia possederne la densità. Se ai Musei Capitolini ci si sentiva guidati attraverso una riflessione ed una narrazione convincente ed esaustiva, qui l’impressione è quella di una mostra senza concreto criterio, dove il legame con Ovidio appare più un pretesto di marketing che una reale necessità artistica. Il dialogo si disperde, i nessi logici sono labili, e il visitatore si ritrova a dover compiere sforzi intellettuali eccessivi per rintracciare un elemento conduttore che dovrebbe essere, invece, la firma della cura museale. Un limite di una narrazione non persuasiva.

La critica principale che si deve muovere a questo progetto è la sua natura frammentaria. Le Metamorfosi non sono solo un repertorio di immagini, sono una riflessione filosofica sulla natura mutevole della realtà. La mostra alla Galleria Borghese manca proprio nel restituire questa complessità. Si ha la sensazione di trovarsi di fronte a un catalogo di elementi slegati tra loro, dove il commento ovidiano diventa un accessorio, quasi un decoro aggiunto per nobilitare un percorso che, per convincere richiede la forza dei capolavori berniniani. Invece di approfondire il dramma del cambiamento, della perdita d’identità e della sofferenza che delle pagine di Ovidio, l’esposizione scivola sulla superficie, incapace di scavare oltre la pura estetica.

La Galleria Borghese rimane, a prescindere da ogni mostra, uno dei luoghi più densi di bellezza al mondo. Il problema sorge quando il progetto curatoriale, anziché porsi al servizio di questa bellezza, cerca di sovrapporvisi con interventi che non comunicano, non spiegano e, in definitiva, non aggiungono nulla alla comprensione profonda delle opere. E a nostro avviso questo progetto appare come un’occasione di flebile efficacia. La lezione appresa dai Musei Capitolini ci ha dimostrato che è possibile coniugare rigore storico, allestimento moderno e liaison poetica, senza snaturare il patrimonio, lasciandoci con una mostra che, nonostante il prestigio del soggetto e della sede, non riesce a superare la soglia dell’estetica per diventare vera esperienza culturale.

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