(italiatv) In occasione del restauro visivo e adattamento in versione 4K, torna nella sale italiane dal 4 al 10 giugno prossimi, il capolavoro d’animazione di Hayao Miyazaki “La Principessa Mononoke”, pubblicato nel 1997 per la produzione di Studio Ghibi e che affida a Joe Hisaishi
la maestosa descrizione sonora del lungometraggio. Suoni che accompagnano l’epica narrativa dei protagonisti, tra spiritualità e ambientalismo, profondamente attuali. Ma dimenticate le fanfare hollywoodiane e il gigantismo orchestrale fine a se stesso. Se il cinema d’animazione giapponese è diventato un fenomeno culturale globale, capace di scardinare la distinzione tra animazione, anime od opera d’arte, lo si deve proprio al compositore che ha saputo tradurre il silenzio in melodia. Joe Hisaishi è il pittore emotivo di mondi sospesi tra la natura incontaminata e l’abisso urbano.
Nato Mamoru Fujisawa nel 1950, il nome d’arte Joe Hisaishi è un omaggio a Quincy Jones. Ma se il riferimento è americano, l’anima della sua musica affonda le radici in un elemento unico: il rigore del minimalismo europeo e la sensibilità melodica giapponese, filtrati attraverso una
padronanza totale dell’elettronica degli esordi, lezione appresa anche da Sakamoto. Dal sodalizio con Hayao Miyazaki, grande maestro dell’animazione nipponica e vincitore di tre premi Oscar ed un Orso d’oro, la narrativa diventa indissolubile.
Il 1984 segna l’anno zero. Un giovane Miyazaki sta lavorando a Nausicaä della Valle del vento. La scelta di Hisaishi per la colonna sonora trasforma quello che poteva essere un semplice accompagnamento in un manifesto estetico. E da quel momento, il binomio HisaishiMiyazaki diventa l’equivalente nipponico della coppia Morricone-Leone.

Nelle produzioni dello Studio Ghibli, la musica di Hisaishi non insegue l’azione, piuttosto ne descrive lo stato d’animo “Il castello errante di Hawl” nel quale Hisaishi esplora il senso dell’epica perduta, con ottoni che sanno di antico e nostalgia. “Il mio vicino Totoro” dove la semplicità diventa genialità. Pochi tasti di pianoforte bastano a evocare l’infanzia, quella gioia pura e un po’ malinconica che solo i bambini sanno abitare.
E ne “La città incantata”, One Summer’s Day è il tema portante, dove il pianoforte di Hisaishi accompagna la crescita dalla timidezza alla decisa maturità, descrivendo la storia della protagonista Chihiro: non c’è mai ridondanza perché ogni nota è necessaria.
Il merito di Hisaishi è aver dato una voce agli elementi naturali cari a Miyazaki. Il vento, l’acqua, il fuoco e il volo, la natura, che non sono solo immagini, ma sequenze armoniche che si elevano verso l’astratto, il fiabesco. Ma se con Miyazaki il tono è quello del sogno e del mito, la collaborazione con Takeshi Kitano rivela il lato più spigoloso e sperimentale di Hisaishi. Qui il minimalismo si fa estremo. In film come “Sonatine” o “Hana-bi “ la musica funge da contrappunto alla violenza esplosiva di Kitano. Laddove un regista occidentale avrebbe usato suoni cupi, Hisaishi inserisce melodie malinconiche, quasi infantili, o temi elettronici ipnotici.
L’estate di Kikujiro: Il brano Summer è diventato un classico moderno. È un pezzo che sprizza vitalità, eppure mantiene quella sottile venatura di solitudine che caratterizza il cinema di Kitano. Questa versatilità dimostra che Hisaishi non è limitato nello stile narrativo, ma possiede una
comprensione profonda della minuziosa descrizione cinematografica.
Spesso si commette l’errore di relegare unicamente Hisaishi al ruolo di compositore di colonne sonore ma in realtà, la sua produzione solista è un laboratorio continuo. Influenzato da Terry Riley, Steve Reich e Philip Glass, Hisaishi ha esplorato anche la musica ripetitiva e strutturale, in cui si libera dalle necessità narrative del film per concentrarsi sulla tessitura del suono. Il suo approccio è quasi matematico, eppure mai freddo. La sua capacità di fondere synth analogici e orchestre sinfoniche ha anticipato di decenni tendenze che oggi consideriamo scontate nel pop contemporaneo e nella musica neoclassica.
Ciò che rende un tema di Hisaishi immediatamente riconoscibile è l’uso degli intervalli e la gestione della dinamica. Spesso le sue melodie iniziano con un pianoforte solitario, quasi incerto, per poi aprirsi in arrangiamenti orchestrali che non risultano mai pesanti. La sua musica possiede quella consapevolezza della transitorietà delle cose. È una bellezza che fa male perché sai che è destinata a finire.
Oggi, a oltre settant’anni, Joe Hisaishi continua a dirigere le principali orchestre del mondo (dai Wiener Philharmoniker alla Royal Philharmonic), portando le sue suite sinfoniche nelle più prestigiose sale della musica colta. Ha abbattuto i muri tra cultura “alta” e “popolare”, dimostrando che una melodia scritta per un film d’animazione può avere la stessa dignità intellettuale di una sinfonia di Mahler o Ravel.
Joe Hisaishi non ci dice cosa vedere ma ci insegna come sentire il tempo che passa, il vento che soffia e, soprattutto, l’emozione che resta quando le luci in sala si spengono.
