(italiatv) La Biennale di Venezia 2026 nasce sotto il segno dell’arte, ma purtroppo rischia di essere ricordata soprattutto per il rumore politico e le polemiche che l’hanno preceduta e che inevitabilmente la accompagneranno per la sua durata. Le polemiche sulla partecipazione di Russia e Israele, le pressioni internazionali, le dimissioni della giuria tutta al femminile a pochissimi giorni dall’inaugurazione e le accuse reciproche hanno finito per trasformare ancora una volta la cultura in un terreno di scontro, quasi che oggi un evento artistico non possa più esistere senza essere costretto a scegliere da che parte stare. In questo scenario, l’intervento del presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco durante la conferenza stampa del 6 maggio è apparso come un momento realmente profondo, non tanto per il contenuto strettamente politico, quanto per il forte tentativo di riportare l’aspetto culturale in una dimensione ampia e umana, quella appunto che dovrebbe appartenere agli artisti.
“Il dito che indica la luna è un’immagine che mi accompagna in questi giorni, dove il rischio è quello di fermarsi al dito, cioè alle polemiche, alle appartenenze, alle pressioni, alle richieste di esclusione, ai singoli casi. In tutto questo smarrire la luna, che è solo quello che davvero ci riguarda, sembra essere proprio quello che sta succedendo” afferma Buttafuoco con fermezza “e se c’è qualcosa che mi meraviglia è che tutto questo mondo che deriva dalla rivoluzione francese, dall’illuminismo, dal laicismo, dal voler trovare la formula perfetta della democrazia si sia capovolto nel suo esatto contrario: un laboratorio di intolleranza, di chiusure, di censure e di esclusioni”.
Quando Buttafuoco ha affermato che “la Biennale non è un tribunale” e che “l’unico veto è l’esclusione preventiva”, non stava semplicemente difendendo la presenza di un paese o di un altro ma stava difendendo l’idea di cultura come spazio universale che fa parte di una dimensione superiore rispetto alle appartenenze ideologiche del momento. La cultura nasce per mettere in relazione mondi diversi, non per certificare moralmente chi abbia diritto di esistere e chi no e quindi dividere.
“Ci sono tragedie reali, guerre in corso, civili che proprio in questo tempo, muoiono molto più di quanto non accadesse al tempo in cui pensavamo di avere chiuso nelle pagine dei libri di storia i massacri, le tragedie e l’abominio durante le guerre del Novecento”.
E proprio qui emerge tutta la contraddizione di questa vicenda, perché se il principio diventa quello dell’esclusione politica, allora inevitabilmente si apre una domanda che nessuno vuole affrontare fino in fondo: perché alcuni stati sì e altri no? Se si ritiene che un conflitto o una dittatura debba comportare la cancellazione culturale di una nazione, allora il criterio dovrebbe essere applicato ovunque: ai governi autoritari, alle guerre dimenticate e a situazioni di sopravvivenza che spesso comportano brutali cancellazioni dei diritti umani che il mondo occidentale invece tollera da anni. Altrimenti la cultura smette di essere universale e diventa semplicemente selettiva.
Buttafuoco questo lo ha fatto capire con grande intelligenza, evitando accuratamente lo slogan e scegliendo invece un linguaggio quasi letterario, spirituale, certamente non da dirigente politico e forse è proprio questo il punto più interessante di tutta la storia. La destra italiana, da anni, vive una sorta di complesso di inferiorità culturale nei confronti di una tradizione intellettuale percepita come storicamente vicina alla sinistra, una sensazione che affonda le radici nella storia europea moderna, dove il mondo culturale è sempre stato raccontato come territorio progressista, cosmopolita, “naturalmente” distante dalla destra.
La scelta di Buttafuoco alla guida della Biennale sembrava allora rappresentare il tentativo, da parte del governo, di dimostrare che potesse esistere anche una figura di area conservatrice dotata di un enorme spessore intellettuale, in grado di fare cultura senza escludere. Una specie di operazione simbolica per dimostrare che anche la destra potesse produrre un pensiero culturale raffinato, ma il governo non ha sostenuto Buttafuoco in questo suo progetto e quello che è successo qualche giorno prima dell’apertura della Biennale lo ha dimostrato.
Il problema è che le persone realmente colte hanno spesso un difetto pericoloso per la politica: non restano dentro il recinto che qualcuno immagina per loro e questo sembra essere accaduto con Buttafuoco che ha difeso il principio opposto: pluralità, dialogo, apertura, rifiuto della censura preventiva. Una posizione che, paradossalmente, lo ha lasciato piuttosto isolato proprio rispetto a quel mondo politico che lo aveva voluto lì.
La sensazione è che il governo abbia apprezzato Buttafuoco finché rappresentava un simbolo, salvo poi prendere le distanze nel momento in cui la sua idea di cultura si è rivelata realmente autonoma, libera e difficilmente addomesticabile e proprio il rimarcare questa sua autonomia è stata la parte più interessante del suo intervento.
Centrale e toccante l’inizio della sua conferenza che si è aperta con una serie di ringraziamenti ufficiali a istituzioni, in primis al ministro della cultura Alessandro Giuli, agli sponsor e alla città di Venezia che da secoli non ha mai avuto paura dell’incontro ma anzi ha fondato sul dialogo, sul commercio, sull’incontro tra culture e religioni diverse la sua storia e la sua bellezza.
Un grazie particolare a Koyo Kouoh, la curatrice africana scomparsa nel 2025 prima di poter completare il progetto di questa edizione e al suo team, che insieme a lei ha voluto esprimere l’idea di una Biennale aperta al mondo, contaminata, internazionale, lontana da qualsiasi logica di appartenenza rigida.
“Un grazie e salutiamola, nel cielo del misericorde dove è adesso, a Koyo Kouoh e grazie a tutti voi del suo team, straordinari custodi e interpreti di un lavoro preziosissimo e unico rivolto al futuro” cosi Presidente Buttafuoco si è rivolto al gruppo di Kouoh presente sul palco.
Il loro lavoro ha voluto dar voce alla visione multiculturale sottolineando con forza la necessità di una cultura che deve rimanere luogo di incontro persino dentro il caos geopolitico contemporaneo.
Il passaggio che più colpisce di tutta la vicenda: nel momento storico in cui tutti chiedono esclusioni, schieramenti immediati e prese di posizione obbligatorie, Buttafuoco ha provato invece a difendere la complessità e la diversità, (ciò che la politica contemporanea tollera sempre meno) e ha ripreso un concetto fondamentale:
“E’ nel diverso da noi che troviamo noi stessi e questo è un crisma che ci arriva dalla lex romana, che è lo stesso di Cristo e delle civiltà universali, come già Cristo predicava millenni fa”.
Per questo il suo intervento ha dato la sensazione di essere qualcosa di diverso da una semplice conferenza stampa inaugurale ma è sembrato piuttosto il tentativo di ricordare che la cultura dovrebbe servire ad allargare lo sguardo e non a restringerlo ulteriormente.
“Noi non intendiamo barattare per il quieto vivere politicante 130 anni di storia della Biennale che hanno raccontato sempre così il mondo, non alimentiamo polemiche ma apriamo discussioni e anche questo fa parte della mostra, ben consapevoli della fragilità del presente e vogliamo sottolineare che questo è un giardino di pace, dove si espone, si discute e si ascolta e non sarà mai un recinto”.

