(italiatv) “Non suonare quello che c’è. Suona quello che non c’è”. Ricorre il 26 maggio prossimo il centenario della nascita di uno dei più grandi innovatori del Jazz, trombettista dallo stile eclettico, straordinario, che ha spinto la musica del novecento verso nuovi territori e tecniche mai tentati prima.
Miles Davis è stato, non solo un sofisticato avanguardista, ma un motore dirompente degli schemi ritualistici della musica, un rabdomante di sonorità rivoluzionarie. Dal Be bop, accanto a Charlie Parker, e Dizzy Gillespie, si è imposto con quella che diventerà la sua firma compositiva, la sottrazione; contrappone lo spazio, la pausa, l’attesa, l’aria al ritmo improvvisato della velocità jazzistica, liberando le strutture armoniche.
Con “Kind of Blue” del 1959, irrompe nel panorama jazz con frasi sofisticate e nelle cui note la libertà espressiva si scopre a rallentatore, senza mai tradire l’anima, arricchendosi di mille sfumature. Impara da Gil Evans l’eleganza raffinata di melodie dal gusto quasi cameristico, lente, a tratti cerebrali e penetranti, e assieme al tocco impressionistico di Bill Evans, Davis sussurra la sua malinconica e solitaria visione compositiva.
Nel tempo le sue esplorazioni contaminano i suoni verso l’elasticità collaborativa: lancia Wayne Shorter, Herbie Hancock, Ron Carter, e moltissimi altri, assieme ai quali il ritmo si avvia verso nuove e diverse tensioni, fraseggi quasi telepatici, sempre da regista ma mai competitivo. Successivamente, mentre il mondo si stupiva con le distorsioni di Hendrix, Davis comprende che il Jazz stava perdendo visibilità d’ascolto, rischiava di diventare obsoleto. Di nuovo l’intuizione innovativa, il Jazz fusion, a ribadire la fertilità creativa e culturale di una nuova evoluzione globale.
Dopo cinque anni di silenzio negli anni Settanta, eccolo nuovamente bucare la scena discografica in collaborazione con uno dei più grandi bassisti black, Marcus Miller assieme al quale stabilisce un lungo e fortunato sodalizio: il capolavoro come “Tutu” lo consacra definitivamente come interprete visionario assoluto.
Reinterpreta brani di Michael Jackson, Cyndi Lauper nei quali la tromba sembra diventare voce urbana, ruvida, graffiante e languida allo stesso tempo. Il suo ultimo lavoro, “Doo Bop”, del 1992,pubblicato postumo, insinua un’ulteriore svolta, verso l’Hip pop in cui lo strumento si fa lisergico ed ipnotico.
Genio e specchio del suo tempo nel saper percorrere il cambiamento provocando, trasformando e costruendo la cultura dell’ascolto, rompendo barriere e consuetudini sonore, artista dal carattere duro e spigoloso, al limite dell’irascibile,( negli ultimi concerti suonava di spalle alla platea) raramente si concedeva al pubblico, per non essere considerato un interprete ma piuttosto un’icona. E con questo testamento evolutivo che quest’anno attende la sua doverosa celebrazione, l’artista sfuggente i cliché, che ha trasformato il Jazz dandogli un’impronta inconfondibile, a rischio di fallire, piuttosto che ricalcare il vecchio.
Buon centenario mr. Davis.
