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ITALIA TV. Kristian Ghedina: una vita veloce; senza fretta

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ITALIA TV. Kristian Ghedina: una vita veloce; senza fretta

(italiatv) Cortina d’Ampezzo, 20 novembre 1969. È qui che nasce Kristian Ghedina, tra i più grandi discesisti italiani dopo Zeno Colò, capace di costruire negli anni Novanta una carriera che lo ha consacrato come uno dei protagonisti assoluti dello sci alpino mondiale. Tredici vittorie e trentatré podi in Coppa del Mondo, tre medaglie ai Campionati Mondiali, cinque Olimpiadi disputate: numeri che da soli raccontano vent’anni di sport ai vertici, ma che non bastano a spiegare perché il suo nome resti ancora oggi sinonimo di qualcosa in più della semplice vittoria. Primo italiano a vincere sulla leggendaria Streif di Kitzbühel, capace di imporsi per quattro volte sulla Saslong della Val Gardena, Ghedina ha attraversato la sua epoca con una sciata che i tecnici hanno sempre definito spettacolare, quasi irripetibile.

Una carriera segnata anche dal dolore, con la perdita della madre quando aveva appena quindici anni e con un gravissimo incidente d’auto nel 1991 che lo tenne in coma per nove giorni e che avrebbe potuto chiudere tutto in anticipo. Non è successo: Ghedina è tornato, ha continuato a correre e ha trasformato la propria storia anche in un libro, “Non ho fretta ma vado veloce” che dà oggi l’occasione per questa conversazione.

Nel suo libro “Non ho fretta ma vado veloce” il titolo è molto evocativo: cosa significa davvero per lei questa frase?

“A me piace tutto, ho sempre amato la velocità, il rischio, il pericolo: è un titolo che racchiude un po’ tutto quello che sono io. Tutto veloce, però non ho fretta, cioè vado veloce nel senso che le cose devo costruirle e questo è il significato: non bisogna avere fretta a farle, vanno fatte con la testa, ponderate, studiate, lavorate, perché le cose fatte veloci e basta non vanno bene, si rischia, soprattutto nel mestiere che ho fatto io. La velocità va studiata nel minimo dettaglio, io ero molto preciso su questo e per fare un mestiere dove c’è velocità, rischio, pericolo, non devi avere fretta di  ottenere risultati. È un lavoro di precisione e intelligenza”.

Dopo tanti anni di adrenalina e competizione, che rapporto ha oggi con la velocità e con il rischio?

“Ho sempre avuto un’attrazione incredibile per il rischio, il pericolo e la velocità fin da bambino e ancora oggi faccio sempre tutto veloce, cerco di finire i lavori in fretta, mi pongo degli obiettivi cercando di superarmi ogni volta, per darmi uno stimolo, ma senza perdere tempo. E questo anche nella vita quotidiana, anche per esempio a passeggio con la mia compagna, che spesso mi dice ‘vai piano, vai un attimo con calma.”

Il libro racconta anche aspetti meno visibili della vita di uno sportivo: c’è un episodio personale che le è rimasto particolarmente nel cuore?

“Sicuramente la perdita di mia madre quando avevo quindici anni, ha rappresentato un grosso ostacolo da superare. È stata lei che mi ha avviato sugli sci trasmettendomi questa passione e gran parte del mio carattere l’ho preso da lei, con euforia ed entusiasmo. Era infatti lei quella spericolata di casa, mentre mio padre era il più posato, il più riflessivo. È stata la prima maestra di sci donna della scuola di Cortina, insistendo per un bel po’ con il direttivo, che allora non prevedeva nello statuto la possibilità per le donne di insegnare sci. Erano gli anni ’70 e alla fine, insieme ad altre due maestre, riuscì a entrare a far parte della scuola e ne andava davvero molto fiera.”

La domanda classica sulla spaccata: è vero che è stata una scommessa con suo cugino?

“Sì, diciamo che ormai è diventato il mio simbolo di riconoscimento, spesso mi riconoscono più per quella spaccata che per le mie vittorie in Coppa del Mondo. Mi chiedono sempre se fosse stata pianificata, ma assolutamente no, perché ne avevo fatta una a bassa velocità durante un’ispezione, scendendo in pista e aprendo le gambe come fanno i bambini sulle piste normali. Quando mio cugino mi ha visto mi ha detto che ero sempre il solito e io gli risposi che se avessi voluto l’avrei fatta anche in gara, scommettendo con lui una pizza e una birra e da lì è nato tutto. Non esistevano social dove poter esibire qualche foto, l’ho fatta proprio per orgoglio mio personale”.

Come mai l’idea di scrivere questo libro?

“Avevo già scritto un libro nel 2006, una biografia insieme a Gianluca Trivero, presentata prima delle Olimpiadi di Torino. Sono passati altri vent’anni e col mio team di lavoro e il mio amico Graziano Mamprin, ci siamo detti che sarebbe stato importante valorizzare la mia immagine, che ha ancora un bel valore. La decisione del libro è stata presa un po’ più da lui, perché io non avevo tanta fiducia, ma poi mi sono lasciato convincere e ne sono molto contento. Diciamo che rappresenta un po’ il cerchio di un curriculum sportivo che si chiude e trovo sia bello che uno sportivo che ha raggiunto buoni risultati abbia anche un suo libro dove racconta le sue esperienze di vita in generale”.

Che messaggio vorrebbe lasciare ai giovani che si avvicinano allo sport, non solo allo sci?

“Con l’avvento dei social e della tecnologia è un po’ passato in secondo piano il fatto di fare attività all’aria aperta come facevamo noi da bambini, dove c’erano piacere, divertimento, aggregazione, mentre nello sport, fortunatamente, questo resiste ancora. Il messaggio che posso dare è che chi vuole intraprendere una carriera sportiva deve metter da parte la tecnologia e dedicarsi allo sport che gli piace, soprattutto in età giovanile, perché per fare una carriera sportiva bisogna praticare molto e sono convinto che più pratichi da bambino più acquisisci esperienza di ogni tipo. Tutto quello che impari e pratichi da giovane ti resta dentro, perché sei come una pianta che puoi indirizzare quando è giovane, verso destra o verso sinistra, mentre più avanti, quando è cresciuta, diventa difficile farle cambiare direzione”.

Quindi anche ai suoi figli insegna i suoi valori di sportivo?

“Sì, ai miei figli insegno a sciare e sono felice che pratichino anche altri sport, va bene tutto, basta fare sport. Io penso che lo sport sia una scuola di vita: insegna la disciplina, la regola, il sacrificio, la sconfitta, le rinunce, il rispetto degli orari e degli avversari. C’è anche il tema dello studio, che per me resta un rimpianto. Mio padre mi diceva sempre che è lo studio, non lo sport, che ti dà garanzia di successo, perché lo sport è un’avventura, ne emerge uno su un milione. Lo contestavo da bambino, ma aveva ragione e mi rendo conto adesso che non avendo studiato sono un po’ carente in certi contesti e a volte mi sento a disagio.

In Italia c’è però il problema che non si riesce a portare avanti bene sport e studio insieme, come accade invece in altri stati perché quando arrivi a quattordici, quindici anni e devi fare scelte importanti, devi decidere, perché lo Stato italiano non favorisce questo connubio, sebbene stiano nascendo dei collegi sul modello americano, ma ancora si fatica e credo sia un peccato davvero”.

A conversazione conclusa, resta l’impressione che “Non ho fretta ma vado veloce” non sia soltanto il titolo di un libro, ma la sintesi di un modo di stare al mondo che Ghedina ha costruito un pezzo alla volta, tra una pista e l’altra, senza mai separare la spettacolarità del gesto atletico dalla disciplina che lo rende possibile. Dietro la spaccata sulla Streif, dietro le vittorie in Coppa del Mondo, dietro lo stesso incidente che a un certo punto rischiò di chiudere tutto, c’è sempre la stessa logica: andare veloci senza avere fretta, lasciare che le cose maturino, anche quando, come per il libro, ripreso in mano vent’anni dopo, il tempo necessario è più lungo del previsto.

È una lezione che Ghedina applica a se stesso prima ancora che agli altri, con la convinzione che i risultati veri non si improvvisano, si costruiscono. Il libro, in questo senso, arriva al momento giusto: non come bilancio definitivo di una carriera già raccontata, ma come capitolo aggiuntivo di una storia, quella di un uomo, prima ancora che di un campione, che evidentemente aveva ancora qualcosa da dire.

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